25 aprile. Resistere, col coraggio della paura. Tra epica e umanità.

di Rosanna Caraci

Resistenza, libertà, democrazia. Parole cadute in disuso perché relegate a libri di storia ai quali troppe riforme della scuola hanno strappato prematuramente le pagine favorendo lacune imperdonabili, o perché semplicemente a definire beni di consumo largamente dati per scontati. Libertà, democrazia: cosa sono se non ‘beni acquisiti’ sui quali non soffermarsi nemmeno più? Nel mondo in cui tutto ha un prezzo, paradossalmente ci si dimentica il prezzo pagato per quanto oggi ci è messo a disposizione, quotidianamente. Forse che sia passato troppo tempo dal momento in cui il nostro Paese ha pagato moneta pesante, fatta di sangue, di carne, di vite perdute e di sogni spezzati a favore di chi sarebbe venuto dopo, per garantire qualcosa di meglio, per garantire la libertà? Forse che la naturale scomparsa dei testimoni diretti dello scempio del fascismo, del nazismo, della prevaricazione e della violenza, dell’olocausto, indirettamente favorisca ciò che ormai da qualche anno siamo abituati a definire con parole dal suono imponente, quanto incomprensibile alle generazioni più giovani. Negazionismo. Revisionismo. Come possono generazioni di giovanissimi negare e voler revisionare ciò che non sanno? Sono loro da difendere, e da preservare; è per la loro libertà di scelta, di pensiero che oggi merita resistere: una resistenza intellettuale e costante, che sappia sporcarsi le mani, che imbracci lo scontro anche violento per affermare ciò che è stato, e che non si può negare. E nemmeno rileggere.

Per questo, nei giorni che accompagnano le celebrazioni per la liberazione del nostro Paese dal nazifascismo e dall’oppressione, domandiamoci se non sia necessaria una narrazione diversa di ciò che è stato, e di ciò che non sarebbe possibile se ciò che è stato non fosse accaduto.

Un eroe giovane, ardente, appassionato: questo è stato Dante Di Nanni. Ventenne che all’assedio dei repubblichini rispose con sprezzo e coraggio, lanciandosi dalla finestra con mitra scarico e pugno chiuso pur di non consegnarsi al nemico e per difendere fino in fondo quella lotta per la libertà: una resistenza necessaria, per una necessaria libertà. La sua storia è stata raccontata a noi, un tempo giovani e oggi genitori e qualcuno anche nonno, dai nonni di allora, dagli insegnanti che dovevano tenere salda, calda, la memoria dell’eccidio, del sacrificio. “Tu sei libero grazie al suo martirio” e il messaggio, che ci intimoriva e affascinava, era accompagnato dall’epica: nei racconti dei nonni così profondi potevamo immaginare gli spari, le vedette, i morti in terra. E ci faceva paura.

La paura: qualche anno fa ci è stata consegnata dallo storico Nicola Adduci pubblicato sulla rivista «Studi storici» dell’Istituto Gramsci, quindi un ente di ricerca non imputabile di devianze revisioniste, una storia diversa sulla fine di Dante di Nanni: circondato dai soldati tedeschi e dai militi della Gnr dopo aver compiuto un sabotaggio contro una stazione radio alle Basse di Stura, Di Nanni si difese con le unghie e coi denti, ma il finale è meno epico di quanto tramanda il racconto. Nel tentativo di sfuggire all’assedio, Dante si nascose nella canna della pattumiera e lì venne individuato dai fascisti, che lo abbatterono con una sventagliata di mitra. La storia rivisitata di un uomo, giovane, tanto giovane, con le sue armi, il suo coraggio, la sua scelta di stare dalla parte giusta, e la sua paura, restituisce ai giovani di oggi che di Dante poco o niente sanno, un’immagine che per molti versi, è più vicina a loro.

La scelta giusta non impedisce di avere paura. Cesare Mondon, grande partigiano sopravvissuto all’eccidio di Rubiana, sul Col del Lys e scomparso qualche anno fa, scherzava quando lo si definiva eroe. Diceva che lui aveva scelto di andare in montagna, di resistere, ma mai aveva voluto essere eroe. Anzi, raccontava della paura, tanta. La paura di morire, di non tornare a casa, il freddo, di essere scovato dai nemici che lo stavano cercando e che non lo trovarono solo perché, fintosi morto, venne nascosto nella cassa del suo funerale fasullo. La paura non toglie all’epica. La paura è il sentimento più vicino all’umanità. Avere paura è avere coscienza. E oggi pensare a un giovane Dante che ha paura di morire nulla toglie al suo sacrificio: perché la morte non sublima ma sottrae.

Oggi il nostro buon senso è aggredito da giovanotti e anziani nostalgici, di che cosa poi se nostalgia è un sentimento che accompagna cosa hai avuto e che non hai più: individui che si definiscono arditi, audaci, impavidi. L’uomo che non deve chiedere mai, che non deve piangere: un’imposizione di costume che ha massacrato intere generazioni di maschi portandole sul lettino dell’analista.

Averne paura è legittimo: aver paura dell’ignoranza che asfalta la strada ai totalitarismi, dell’egoismo, del narcisismo sociale dilagante. Questa paura, oggi, ci impegna a scegliere ancora una volta, come Dante fece, di stare dalla parte giusta. Forse  il nostro Paese ha ancora bisogno di eroi ma liberiamoli dall’epica per restituirli al sentimento quotidiano che li rende a noi più vicini. Le scelte giuste nascono dalla paura, non c’è coraggio senza il germe della paura: altrimenti è solo sconsideratezza.

Nel giorno della liberazione, della resistenza, della libertà, pensare ai tanti ragazzi che scelgono come Dante di Nanni e Cesare Mondon di stare dalla parte giusta è un obbligo: e lo fanno anche in Paesi del mondo dei quali a malapena sappiamo il nome. Lorenzo Orsetti fece una scelta: andare in Siria a combattere per i curdi. Per la libertà. Anch’egli ha abbracciato il fucile. Ha sparato. Ha avuto paura. Come un eroe contemporaneo che lascia nel suo testamento parole d’amore profonde <sono quasi certo che me ne sono andato con il sorriso sulle labbra. Non avrei potuto chiedere di meglio>.

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