La necessità di reinventare la didattica

di Athena Pesando

Abbiamo perso il conto dei giorni trascorsi da quando è cominciato il lockdown in Italia, probabilmente non ci siamo neanche accorti che è iniziata la primavera. Questa situazione è sicuramente tragica per molti aspetti: non solo per il virus stesso, ma a causa di tutte le conseguenze della “quarantena”. Dietro a un #iorestoacasa si celano aumento del tasso di disoccupazione e del malessere psico-fisiologico (basti pensare al numero elevato dei TSO effettuati a Torino negli ultimi giorni) e tante altre situazioni altrettanto complesse. Tra queste lo smart-studying.

La situazione attuale ha obbligato la società italiana, che ha sempre malguardato al rinnovamento, all’avanguardia e al “nuovo” in generale, a reinventare il modo di lavorare e di studiare. Moltissimi italiani ad oggi lavorano da casa, facendo quel che viene definito smart-working. Gli studenti, dai piccoli scolari agli universitari, stanno invece completando il secondo semestre in via telematica, tramite un sistema di e-learning. Quando parlo di smart-studying, mi voglio riferire proprio a questo fenomeno, riprendendo l’idea del lavoro da casa: la didattica online. Quest’ultima sta funzionando così: i docenti caricano il materiale online, alcuni fanno delle video-lezioni, i compiti si fanno a casa e si mandano tramite e-mail, le interrogazioni vengono fatte via webcam. Ci sono pareri contrastanti in merito a questa modalità di insegnamento, per qualcuno è inaccettabile pensare a una scuola virtuale, per altri è lo sviluppo naturale che l’insegnamento doveva prendere a seguito del progresso tecnologico.

Il valore della presenza in aula è insostituibile e in via telematica viene inevitabilmente persa. Però è evidente che, ai fini dell’apprendimento, lo smart-studying, debba essere preso seriamente in esame anche come strategia futura, pensando ad esso come a uno strumento messo a disposizione degli studenti, seppur non l’unico esistente. Quel che intendo è: immaginiamo uno studente che abita molto lontano dalla sede dell’università alla quale è iscritto, oppure uno studente lavoratore, uno studente con dei familiari bisognosi di cure… Per tutte queste persone avere la possibilità di seguire le lezioni online e avere la stessa qualità della didattica che hanno tutti i frequentanti di università “fisiche” potrebbe essere estremamente positivo.

In Italia spesso la scuola resta ancorata a vecchie tradizioni, al “si è sempre fatto così”, senza pensare al mondo che cambia e senza mettere in discussione il sistema, e questo è evidente già solo dal fatto che questo cambiamento, reso necessario dall’emergenza sanitaria, ha colto molti docenti impreparati: persino tra i professori universitari si trovano persone molto in difficoltà con l’uso dei computer, in quanto forse non è mai stato pensato di rendere obbligatorio per questi ultimi un corso di aggiornamento sulle nuove tecnologie, di tanto in tanto. Mettendo su un piatto della bilancia tutti questi fattori risulta necessario chiedersi se lo smart-studying possa davvero diventare un futuro reale per l’istruzione nostrana, senza eliminare naturalmente la possibilità di optare per la modalità presenziale per gli studenti che ne hanno la possibilità e la volontà. Occorre, oggi più che mai, rimettere in dubbio tutto e ripensare al diritto allo studio e agli strumenti di cui disponiamo poterlo realmente rendere accessibile a tutti, perseguendo quello che dovrebbe essere l’obiettivo primario di questo ambito: fornire un’istruzione adeguata e di qualità a tutti.

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