Ok unanime della Camera per la legge “Sicurezza professioni socio sanitarie”

di Elena Carnevali*

C’è stato un tempo – soltanto pochi mesi fa – in cui trascorrere la notte nei Pronto soccorso, sulle ambulanze, nelle Guardie mediche isolate nei territori è stato motivo di paura per chi ci lavorava.

Quel timore derivava dai crescenti casi di aggressione e minacce che hanno coinvolto donne e uomini della sanità, ma non solo. La media è arrivata a tre episodi di violenza al giorno, per medici, infermieri e operatori sanitari.

In poche settimane, con il drammatico arrivo della pandemia, il rapporto con il “corpo sanitario” è fortemente mutato, tanto da far sembrare fuori tempo, anacronistico, preoccuparci di approvare oggi una legge che fornisce strumenti di contrasto, di prevenzione e di giusta pena alle troppe aggressioni che subiscono medici, infermieri, tecnici, assistenti sociali, volontari dei soccorsi, chi lavora nella cura e nell’assistenza (parliamo di migliaia di episodi l’anno).

In questo periodo di Pandemia – che ancora non possiamo archiviare come drammatica epidemia già risolta – tutti i cittadini, la nazione intera, ha partecipato e partecipa con empatia, affetto, riconoscenza e gratitudine infinita per l’impegno generoso di ogni singolo operatore per la loro abnegazione totale. Pagata anche con il prezzo carissimo di molte vite umane, anche negli ultimi giorni.

Ora tutti gli italiani fanno il tifo per una sola squadra, quella a cui abbiamo affidato i nostri cari. Persone che come sempre sono andate ben oltre la dimensione professionale, che hanno messo quel carico di umanità che ha permesso di lenire il dolore e la sofferenza della distanza o del distacco finale in assenza dei propri cari.

Noi pensiamo che abbiano fatto cose straordinarie ed è così.

Loro pensano di aver fatto semplicemente il loro lavoro e dovere ma in condizioni diverse, di estrema urgenza e necessaria tempestività.

Non accadeva da tempo di vedere rinsaldato quella che è stata definita “la magia dell’alleanza terapeutica” che non è un affidamento alla cieca ma un rapporto di fiducia, quella relazione tra paziente e medico, tra paziente ed equipe, che si prende carico non solo della malattia ma anche della persona nella sua interezza, delle sue volontà, nella sua unicità, per offrire le cure migliori e più adatte ad ogni singola persona.

Ancora ci interroghiamo sulle cause che avevano spezzato quel rapporto di fiducia e di rispetto così profondamente leso, che ha provocato fino a pochi mesi fa, un crescendo di insulti, intimidazioni, minacce, fino a giungere all’aggressione verbale e fisica, culminata persino nella morte o nella violenza sessuale nei confronti di una dottoressa, che non possiamo dimenticare.

La federazione nazionale degli ordini dei medici con la proiezione di “Nettuno” ha documentato – così che memoria non affievolisca mai – un film denuncia proiettato anche qui alla Camera sulla violenza contro i medici, ma soprattutto sulla solitudine, su un’organizzazione che lascia i professionisti a volte soli, insieme al timore di non riuscire a svolgere l’attività con la passione dovuta.

Molti ordini professionali – dagli infermieri, agli assistenti sociali – hanno promosso indagini tra gli associati, dalle quali emergono anche le cause che hanno indebolito l’organizzazione e l’efficacia del Servizio Sanitario Nazionale e dei servizi territoriali, riversando sui singoli la responsabilità delle inefficienze e delle disuguaglianze di accesso alle cure e alle prestazioni.

Non ci sono giustificazioni all’uso della violenza. Va condannata e perseguita.

Per questa ragione questo provvedimento è giusto e doveroso.

Con il voto di oggi si chiude la seconda lettura, con la speranza di calendarizzare al più presto al Senato l’approvazione definitiva di un disegno di legge proposto nel 2018 e vedere così applicata l’estensione delle stesse pene previste nell’ipotesi di lesioni personali cagionate a un pubblico ufficiale anche al personale esercente di una professione sanitaria o sociosanitaria e sociale nell’esercizio delle sue funzioni.

Inoltre, queste professioni vengono tutelate con un’ulteriore aggravante per chi commette il fatto con violenza o minaccia proprio perché a danno degli esercenti nelle professioni sanitarie e sociosanitarie.

Vengono così inasprite le pene per i casi di lesione personali gravi o gravissime ed esclusi i reati di percosse e lesione personale, commessi con violenza e minaccia, dall’ambito delle fattispecie punibili solo a querela della persona offesa.

Non abbiamo stravolto il testo Senato ma rafforzato e implementato alcuni aspetti di rilievo.

Sono molti i colleghi, anche tra il Partito Democratico, che hanno proposto progetti di legge, lavorato minuziosamente – insieme ai relatori, gli onorevoli Bordo e Ianaro che ringrazio – con emendamenti intesi a migliorare il testo Senato.

Segno di un’attenzione tutta meritoria e di interesse che ha permesso innanzitutto di ampliare l’ambito di applicazione, prendendo come riferimento le professioni contenute nella legge 3/18 che include anche operatori sociosanitari sanitari e assistenti sociali.

Una decisione importante alla quale il Partito Democratico ha lavorato in fase emendativa perché l’ambito in cui, purtroppo, si esercitano le violenze e le minacce è diffuso e non si può circoscrivere solo ad alcune professioni o nell’ambito “di strutture” sanitarie o sociosanitarie, ma nello svolgimento di attività siano esse di cura, assistenza e di soccorso.

L’ampio mondo dell’assistenza sociale, non sempre valorizzato anzi, purtroppo genericamente a volte screditato, è a pieno titolo una parte rilevante.

C’è voluta una ricerca che il consiglio nazionale dell’ordine ha promosso, per far emerge l’ampia diffusione del fenomeno e le possibili connessioni con le condizioni di precarietà delle politiche sociali e di conseguente indebolimento delle reti dei servizi sociali posti a supporto delle persone in difficoltà psico-sociali.

È nostro dovere contrastare anche con l’inasprimento delle pene che è però solo una parte del provvedimento. Una parte doverosa perché fa giustizia, funziona da deterrente, rafforza la consapevolezza della gravità degli atti e delle loro conseguenze: perché la violenza sui sanitari è grave per chi la subisce ed ha riflessi drammatici sul sistema nel suo complesso. Basti pensare alla medicina difensiva e alle conseguenze sull’organizzazione in generale e quindi sulla capacità di risposta per i bisogni di salute anche delle altre persone.

Sono dunque le buone pratiche in materia di sicurezza, le migliori condizioni organizzative di lavoro, la promozione di misure di videosorveglianza, le modalità comunicative, la qualità della formazione del personale per la prevenzione delle situazioni di conflitto, l’adozione di specifici protocolli nei piani di sicurezza, la promozione del lavoro in équipe l’altra parte rilevante e qualificante di questo provvedimento.

Non sembri quindi inutile questo provvedimento alla luce di questa nuova e riconquistata azione di fiducia da parte di cittadini.

Con questo governo la Sanità ha assunto una rinnovata centralità. Non solo per le risorse stanziate anche a seguito dell’epidemia – quasi 7 miliardi di euro in più per assunzioni ed incremento del Fondo sanitario, senza contare l’investimento tra attrezzature, infrastrutture e tecnologie.

Queste due esperienze – epidemia ed aggressioni – così paradossalmente divergenti hanno lasciato nei decisori e nelle coscienze del Paese, il senso più profondo di quanto il nostro sistema sanitario e sociale dipenda dalla valorizzazione degli uomini e delle donne, di quel capitale umano architrave del nostro sistema di protezione. Innovazione, ospedali all’altezza delle necessità dei territori, ricerca clinica per nuove terapie e strumenti diagnostici, una rete ospedaliera diversamente organizzata e più e nuovi presidi territoriali sono altrettanto necessari perché tutto non si concentri in una corsa ai Pronto soccorso.

Perché come bene ricordava il Collega Siani, non ci sarà legge, non ci saranno norme che potranno evitare questo infelice e deprecabile fenomeno della violenza in sanità e nei servizi sociali, se non si ristabilisce quel patto di fiducia. E questo non si può fare per legge: per cui dobbiamo mettere le persone nelle condizioni di poter svolgere al meglio il lavoro e far sì che questo drammatico fenomeno che oggi sembra miracolosamente scomparso, ma ahimè ancora presente (come ricorda oggi la capo infermiera del San Carlo in un’intervista ai giornali), sia una triste parte della storia della sanità italiana.

Con questa legge, rispondiamo in modo adeguato al Manifesto europeo sottoscritto dagli ordini professionali europei nella giornata sulla violenza contro i medici ed altri professionisti della salute, convinti come i promotori che la sicurezza sul lavoro è la base di un’assistenza sanitaria efficace e che le violenze, le intimidazioni, le aggressioni e le minacce possono ostacolare o impedire la prestazione di cura, che invece devono essere protette nel modo più efficace possibile.

*deputata del Partito Democratico

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