Nella costruzione dell’Ospedale Psichiatrico di Collegno si tenne conto della possibile diffusione di epidemie

           di Roberto Dosio

Il virus covid 19 ha messo l’uomo di fronte alle sue fragilità riportando indietro le lancette della storia liberando dagli archivi vecchie paure e timori e con essi le tecniche di contrasto e di contenimento delle epidemie perfezionate nel corso delle evoluzioni delle società umane: la sanificazione di luoghi e le corretta igiene delle persone, il distanziamento tra di esse ed in particolare da quelle infette.

Le tecniche di contrasto alla diffusione del coronavirus, che sono state applicate, hanno solo cambiato la terminologia utilizzando, come si usa all’epoca della globalizzazione terminologie anglofone quali “lockdown” al posto di “confinamento”, ma nulla è cambiato rispetto al passato andando a riscoprire l’importanza del distanziamento tra le persone e l’importanza dell’igiene.

Come accade, e quello dell’emergenza covid 19 ne è stato un esempio emblematico, per comprendere il presente bisogna guardare al passato e questo è possibile solo andando a visitare gli archivi storici che contengono il DNA, le solide basi su cui poggia la società attuale con i suoi pregi e le sue contraddizioni.

           Visitando l’archivio storico del Comune di Collegno e quello a dell’ex Ospedale Psichiatrico dell’ASL TO3 ci si imbatte nella interessante documentazione concernente le tecniche costruttive della cosiddetta ingegneria igienista alla base dell’ampliamento e costruzione dei nuovi padiglioni della Certosa Reale di Collegno a partire dal 1883, a seguito dell’approvazione del progetto da parte della Direzione del manicomio e successivamente all’acquisto del complesso dalla Cassa Ecclesiastica dopo l’abolizione delle corporazioni religiose.

        I documenti testimoniano come e perché fu necessario trasferire parte dei pazienti dal complesso manicomiale di via Giulio di Torino alla succursale di Collegno: già alla fine del XIX secolo l’alto numero di degenti iniziava a rendere difficile, se non impossibile, mantenere salubri i locali poiché non si poteva garantire la sufficiente ventilazione.

            Partendo dall’esistente venne deciso di mantenere le costruzioni presenti all’interno della Certosa di Collegno per destinarle alle pazienti donne, mentre si ritenne di costruire nuovi padiglioni per gli uomini; ma su quali parametri? Il Professore Angelo PEROTTI, freniatra e codirettore della struttura, nonché membro della commissione che si doveva occupare del progetto, ottenne dalla Direzione l’autorizzazione per realizzare nuovi edifici in base ai dettami della scienza moderna[.

            Il progetto fu realizzato e presentato dall’Ing. G.B. FERRANTE[ e i lavori iniziarono nel 1883, con successive modifiche degli ingegneri MEANO Cesare e MAZZUCCHETTI Alessandro. Quest’ultimo fu anche il direttore dei lavori per la costruzione della stazione Porta Nuova di Torino. Non solo ingegneri diedero il proprio contributo alla futura (per così dire) futura struttura manicomiale, ma anche illustri scienziati dell’epoca quali lo psicologo Prof. Augusto TAMBURINI e il padre dell’antropologia criminale in Itala Prof. Cesare LOMBROSO, che, in qualità di membri della Commissione governativa, suggerirono, nel progetto, di suddividere i refettori affinché gli alienati, divisi nei singoli padiglioni, non si incontrassero tutti insieme al momento dei pasti, ma continuassero a rimanere nel loro contesto di appartenenza all’interno delle suddivisioni ricreate, tante quante i numeri dei padiglioni esistenti.

Non deve stupire l’interessamento dell’illustre criminologo a tematiche quali l’igiene degli ambienti giacché fin dalla sua esperienza, come medico militare, nel Regio esercito si era occupato del tema, imprimendo le sue esperienze in scritti e trattati. Durante il lavoro svolto nel Corpo Sanitario Militare si trovò a combattere epidemie di tifo e di colera e tutte quelle malattie cd. da ospedale specializzandosi nell’antisepsi adottando tecniche all’avanguardia per curare le ferite da campo. Tale esperienza lo portò a redigere, a partire dal 1869, opere sull’igiene degli ambienti di lavoro degli operai, dei contadini e dei soldati. Elaborati di una modernità incredibile.

            L’idea di partenza per la realizzazione dell’ampliamento della struttura manicomiale di Collegno, fu quella di costruire degli stabili indipendenti al fine di evitare il più possibile l’incontro di pazienti provenienti da strutture diverse e non si creassero le “soverchie” in aree ristrette che avrebbero favorito il ristagno dell’aria e la trasmissione di esalazioni malsane. Ogni singolo padiglione era lontano dall’altro ad una distanza pari alla sua altezza, in modo tale che si alternassero con dei giardini all’interno per far sostare i pazienti all’aria aperta il più a lungo possibile. La disposizione dei manufatti come descritta garantiva l’areazione e il diffondersi della luce nelle camerate, per usufruire degli effetti positivi dei raggi del sole.

            La suddivisione del complesso in padiglioni aveva lo scopo di natura igienica sanitaria, ma anche quello di suddividere i pazienti tra “pensionarii” (i paganti) e “gratuiti” (quelli a cui provvedeva il Regno) e a loro volte in gruppi di relativa corrispondenza: “tranquilli”, “suicidi e paralitici”, “epilettici”, “infermi”, “semi agitati” e, in fine “agitati”.

            Negli anni di fine ‘800 si era già consapevoli che l’unico modo per riuscire ad evitare il propagarsi di malattie infettive era quello di mantenere la distanza tra i pazienti, un ricambio continuo d’aria e una costante pulizia.

            Per raggiungere questi obiettivi scientificamente si era concluso che ad ogni paziente servissero 8 metri quadrati di spazio nelle camere e che dovessero avere 40 metri cubi d’aria a testa. Vennero realizzate tecniche semplici ma nello stesso tempo molto efficaci: distanziare i letti dal muro al fine di facilitare il circolo dell’aria, creazione, nella stessa canna fumaria dei padiglioni, di canalizzazioni con bocchette di presa d’aria presenti nelle camerate che, usufruendo della differenza di pressione creatasi tra il caldo e il freddo, entrasse naturalmente l’aria interna garantendo il ricircolo.

            Per la creazione delle finestre gli ingegneri ed i medici decisero, anche in questo caso, di avere un approccio tecnico scientifico in quanto, attraverso dei calcoli stimarono che per ogni 21 metri cubi di aria per camera servisse una apertura con 1 metro quadrato di superficie cosicché la maggior parte delle finestre dei padiglioni vennero costruite con una metratura quadrata di 3,45 con una altezza di circa 3 m e una larghezza di 1,20 m. Le finestre, affinché potessero svolgere a pieno il loro ruolo, furono realizzate senza parapetto in muratura per agevolare l’ingresso dell’aria che avrebbe dovuto lambire il pavimento per migliorare il ricircolo e la sanificazione naturale del pavimento.

            In ultimo, per una pulizia costante, venne creta una apposita lavanderia, prima nei pressi del chiostro e successivamente con una nuova costruzione avente all’interno vasche per il lavaggio e macchinari all’avanguardia per l’epoca quali centrifughe ed essiccatori. L’acqua veniva presa e convogliata in una vasca, presente nella cascina facente parte della struttura manicomiale, da un canale esterno al fine di avere sempre acqua pulita. I panni sporchi e quelli puliti seguivano due strade diverse per e dalla lavanderia in modo tale che non vi fosse contaminazione degli indumenti puliti.

            Le tecniche sopra descritte, sebbene semplici, risultarono essere efficaci all’epoca per riuscire a limitare il diffondersi di malattia infettive ma non solo: l’intero complesso del Regio manicomio si presentava come una struttura completamente autonoma e autosufficiente tale da poter eliminare qualsiasi contatto con l’esterno in caso di epidemie che ancora alla fine dell’800 erano diffuse.


[4] Cesare L’OMBROSO, “L’igiene degli Operai dei contadini e dei soldati”, E. Treves & C., Editori della biblioteca Utile, Milano 1869.

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