La Corte Costituzionale boccia Salvini

di Carlo Cumino

Una notizia passata in sordina negli ultimi giorni riguarda la decisione della Corte costituzionale di abrogare l’articolo 13 del primo “Decreto Sicurezza” (ufficialmente d.l. 113/2018) emesso dall’allora ministro Salvini che precludeva l’iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo.

Come illustrato dal UNHCR, il termine “richiedente asilo” s’intendono tutti coloro che hanno presentato richiesta per ottenere lo status di rifugiato politico (riconosciuto a chi viene effettivamente perseguitato nel proprio paese d’origine) o avere accesso alla cosiddetta “protezione sussidiaria” (riconosciuta a coloro che potrebbero venir potenzialmente perseguitati se tornassero in patria) in un paese specifico. Si tratta di un inter che può richiedere anche diversi mesi per l’approvazione della domanda (previa la presentazione dei documenti necessari). Durante tale periodo, i richiedenti sono obbligati a rimanere nel paese ospitante, con accesso a cibo e cure mediche ed alloggiando spesso in strutture che non permettono loro di avere la privacy di un’abitazione privata.

Il primo decreto sicurezza (riguardante l’accoglienza) impedendo alle persone in attesa di risposta di essere iscritti nelle liste anagrafiche impediva quindi loro di ottenere la residenza prima della scadenza dell’iter, facendo risultare ancora più difficile ai richiedenti l’accesso ai servizi. Tale norma è stata giudicata da più parti illegittima e discriminatoria, portando i tribunali di Milano, Ancona e Salerno a sollevare dubbi di legittimità costituzionale, che la corte ha accolto giudicando l’articolo 13 incostituzionale in quanto viola l’articolo 3 della Costituzione sotto un duplice profilo: non solo perché causa “un’irragionevole disparità di trattamento”, ma anche per irrazionalità intrinseca poiché impedire ai richiedenti l’iscrizione all’anagrafe “non agevola il perseguimento delle finalità di controllo del territorio dichiarate dal decreto sicurezza”.

Dalla loro approvazione (rispettivamente nel 2018 e nel 2019) varie disposizioni dei due decreti voluti dall’ex-ministro dell’interno sono stati più volte accusati di incostituzionalità ed oggetto di molte controversie (in modo particolare per quanto riguarda il secondo). Questa prima sentenza è sicuramente una vittoria per coloro che sono stati tacciati di “buonismo” per il loro essersi opposti alle politiche salviniane ed averne evidenziato la natura propagandistica e l’inefficacia (si pensi solo all’aumento di irregolari provocato dal primo decreto sicurezza o dal fatto che la supposta politica dei “porti chiusi” non abbia nei fatti impedito gli sbarchi dal Nord Africa, ma solo reso la traversata più pericolosa ), ma la battaglia di civiltà è ben lungi dall’essere vinta.

Come segnalato nei giorni scorsi da Il Post, al momento il governo è al lavoro sul riformare alcune parti dei decreti (per esempio rintroducendo il principio dell’accoglienza diffusa con SPRAR), tuttavia al momento non ci sono notizie più chiare in proposito. Si può solo sperare che l’attuale situazione di Lampedusa possa essere un ulteriore stimolo in questa direzione.

Non bisogna inoltre dimenticare che Salvini ha saputo far leva su un sentimento di insicurezza diffuso e radicato, a cui ha potuto fornire risposte rapide. A tutt’oggi la sfida più grande per il paese è quella di apprendere a vivere e a gestire con la complessità e al cercare insieme nuove idee per poterli fronteggiare nel modo migliore possibile.  

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *