Ma il vero referendum è sui 5Stelle

PAOLO DELGADO

Il 20 settembre non si voterà, o si voterà solo in minima parte, per il merito di una riforma costituzionale comunque molto modesta.

In termini di utilità la riforma che taglia di un terzo il numero dei parlamentari è inconsistente e ormai lo ammettono tutti, persino quei 5S che la hanno voluta e imposta come prezzo per la formazione di un governo prima alla Lega e poi al Pd e a LeU. Risparmio risibile. Maggiore efficienza delle camere nemmeno nel regno dei miraggi, infatti non ne parla nessuno. I danni, se ci si limita agli effetti concreti, sono più rilevanti ma non apocalittici. Il taglio dei parlamentari sforbicerà la rappresentanza, sia politica che territoriale, a maggior ragione senza una nuova legge elettorale calibrata per limitare quel danno, e il proporzionale con soglia di sbarramento al 5% non basterebbe affatto a riequilibrare. Di conseguenza la tendenza già da quasi 15 anni impetuosa a far decidere chi sarà eletto e chi no dalle segreterie di partito verrà incrementata. Si tratterebbe tuttavia, in entrambi i casi, di confermare, approfondire e accelerare tendenze già molto avanzate e che non fermerebbero se la riforma finisse affossata dal referendum.

Ma se gli effetti concreti della riforma sono limitati ( e quelli positivi anzi inesistenti) in termini simbolici le cose stanno diversamente. I 5S, nati come “movimento anticasta” pur se poi accomodatisi con gaudio nelle un tempo odiate file, ne hanno fatto un vessillo non solo genericamente antiparlamentare ma specificamente mirato sui partiti che avevano governato prima di loro. Il referendum è il veicolo grazie al quale il popolo votante potrà affermare ad alta voce il proprio odio contro “quelli di prima”, come i pentastellati si ostinano a definire i partiti con i quali hanno governato o governano. Se l’esito della prova sarà quello che auspicano, i 5S si preparano a usarlo poi infinite volte, come verdetto generale del popolo sovrano su una intera classe politica della quale solo loro non facevano parte, e a farlo pesare quanto più possibile negli equilibri instabili della maggioranza.

Si capiscono dunque facilmente i tormenti e le convulsioni del Pd, che questa riforma non l’ha mai voluta, l’ha bocciata per tre volte, sa perfettamente che la vittoria del Sì gli si ritorcerà contro ma non sa come fare a bocciarla dopo averla approvata nella quarta votazione parlamentare come merce di scambio per dar vita alla attuale maggioranza. Non potendo ammettere l’osceno mercimonio, Zingaretti può solo attaccarsi a una riforma elettorale che non potrebbe in nessun caso essere approvata in via definitiva prima dell’apertura delle urne e che, anche nella improbabilissima ipotesi dell’approvazione in un ramo del Parlamento, non offrirebbe comunque nessuna garanzia.

Per la Lega, che a propria volta ha sempre un po’ cavalcato l’ira qualunquista contro “il Palazzo”, la situazione è un po’ meno difficile, avendo almeno sempre votato, sia pur controvoglia, a favore della riforma. Ma Salvini sa perfettamente che i dividendi della vittoria del Sì andrebbero tutti e solo al M5S, non certo alla Lega che pure era al governo quando la riforma fu proposta.

Anche il No, peraltro, è ormai in buona misura una bandiera e riguarda solo in parte la riforma in sé. Sarà un voto con i 5S, la loro cultura politica, la pretesa di poter trasformare chiunque, dalla sera alla mattina, in parlamentare o ministro, l’antiparlamentarismo latente. Se vinceranno i No a essere bocciata e affondata non sarà solo una riforma costituzionale ma l’intero progetto del M5S che si squaglierà nei mesi seguenti come neve al sole.

E’ probabile che la maggioranza degli elettori del Pd si auguri un risultato del genere, quali che siano le posizioni dei leader, di Zingaretti. Per la base elettorale del Pd si porrà però un rovello in più: la sconfitta dei 5S metterebbe a rischio il governo Conte. La scelta di ogni singolo elettore sarà dunque un dilemma tra premiare un Movimento che poi userà il risultato contro lo stesso Pd o mettere in pericolo il governo e dunque accettare la minaccia di elezioni anticipate e vittoria della destra.

Per la base leghista non dovrebbero esserci dubbi del genere. Politicamente, la vittoria dei No sarebbe di gran lunga più utile. Il problema è che però quella base, a differenza di quella del Pd, condivide in buona parte gli umori antiparlamentari degli ex alleati nella maggioranza gialloverde. Anche per loro, dunque, il 20 settembre si porrà un vero dilemma.

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