Cinque collegnesi prigionieri nella fabbrica di Kahla

Quando i bombardamenti alleati cominciarono a colpire sistematicamente le fabbriche di titolari di commesse belliche presenti in Germania, i nazisti progettarono fabbriche sotterranee per garantire alle aziende la continuità della produzione.

La collina del Walpersberg nei pressi Kahla (in Turingia, ad un centinaio di chilometri da Lipsia) fu individuata quale sito idoneo e sicuro per la produzione del  nuovo aereo a reazione ME – 262, una delle armi segrete che avrebbe permesso al terzo Reich di cambiare le sorti del secondo conflitto mondiale.

Il grande, immenso cantiere iniziò nei primi giorni dell’aprile 1944. Tra i primi lavoratori vi furono 187 italiani, fra i quali cinque collegnesi. I prigionieri furono alloggiati in condizioni miserevoli nel cosiddetto Rosengarten – una vecchia e piccola struttura alberghiera, prossima alla linea ferroviaria e trasformata in lager base –nel comune di Khala.

La vicina collina Walpersberg, già sfruttata quale cava di caolino fu riconvertita in breve tempo in una moderna fabbrica sotterranea. Il complesso di gallerie era formato da 75 tunnel per una lunghezza totale di ben 32 Km. ed una superficie utile di10.000 mq. Vi erano 4 Bunkers con muri in cemento armato di 2 metri di spessore. 

In totale a Kahla lavoravano circa 15.000 persone, di cui 1/3 erano tedeschi e 2/3 schiavi di varie nazionalità (italiani, russi, belgi, francesi, polacchi, ecc.). Venne costruita in cima ad una collina una pista di decollo in cemento, lunga 1.500 mt. X 50 mt. di larghezza, con una ferrovia a cremagliera per il trasporto alla pista di un aereo completo, pronto per essere consegnato direttamente in volo ai reparti operativi.  La previsione di produzione a pieno regime era di 40 aerei/giorno. Malgrado le ottimistiche previsioni, a Kahla vennero prodotti tra i 26 ed i 40 aerei, fino al 12 maggio 1945, giorno di arrivo delle truppe americane.

Le condizioni dei lavoratori coatti a Kahla erano terribili: la fame, il freddo, l’assoluta mancanza di strutture igienico-sanitarie, l’assenza di calzature, ma la sola disponibilità  per i lavoratori di zoccoli in legno (le calze erano ricavate dai sacchetti vuoti del cemento), le mani martoriate dal gelo e dal lavoro, gli indumenti estivi inadatti alle temperature invernali unitamente ai pidocchi che regnavano incontrastati riducevano notevolmente le prospettive di sopravvivenza dei lavoratori coatti.  Inoltre i deportati italiani subivano dal personale di sorveglianza pesanti umiliazioni per aver respinto con fermezza la richiesta di adesione alla Repubblica Sociale Italiana o alle formazioni militari agli ordini dei Nazisti in cambio della libertà.

A  Kahla si stima che vi furono fra i 5.000 e  6.000 decessi di prigionieri per contro i documenti ufficiali riportano “solo” circa 900 decessi. Di questi 900 registrati, il maggior numero sono italiani (circa 450), poi i russi ed i belgi. Nell’elenco degli italiani è indicata la data di nascita e di morte, e la causa del decesso ( si va da uomini di 40 – 50 anni a ragazzi del 1927 – 17 anni). In questi anni, grazie alle associazioni locali sorte per la salvaguardia della memoria delle vittime del Walpersberg ed alla tenacia delle famiglie dei deportati italiani gradatamente si sono avviate ricerche archivistiche approfondite per tentare di ricostruire la storia dei lavoratori coatti .

I cinque collegnesi – deportati a Khala – erano giovani che come molti altri loro coetanei, avevano scelto la via della montagna nell’intento di combattere per la libertà dell’Italia dal nazi-fascismo.  

Tre di questi raggiunsero le formazioni partigiane grazie all’opera di raccordo fra le formazioni partigiane in montagna ed i giovani in pianura svolta da una donna collegnese Domenica Cibrario detta “Ninin” . Furono inquadrati nella 41^ brigata Garibaldi, 13ma Divisione. Catturati dai tedeschi  il 12 maggio 1944 furono condotti presso la scuola Dorina Abbeg di Sant’Antonino di Susa. Subirono un sommario interrogatorio di circostanza; inviati prima alle Carceri Nuove, poi trasferiti alle Casermette di  Borgo San Paolo a Torino, successivamente caricati su treno ed inviati direttamente a Khala.

Oltre al dramma della cattura, i tre collegnesi subirono il “rito della decimazione”:  diciassette giovanissimi partigiani furono condotti all’esterno della scuola, condotti nei pressi del muro perimetrale del cimitero di Sant’Antonino e finiti con un colpo alla nuca, fra loro furono giustiziati anche due collegnesi Nello Cartei e Cesare Spinello.

Gli altri due collegnesi, erano partigiani in Valle di Lanzo, nei pressi di Usseglio, inquadrati nella 17^ brigata  Garibaldi  quando per una delazione, pare ad opera di una maestra locale, furono catturati ed inviati anche loro a  Khala.  Nel campo trovarono inaspettatamente gli altri tre concittadini, l’organizzazione del lavoro nel campo era minuziosa ed a ritmo incessante: i cinque ragazzi erano stati assegnati a turni di lavoro differenti, solo la domenica – in occasione del cambio turno – potevano incontrarsi in modo rapido e fugace.  I giovani collegnesi sopravvissero alla deportazione, ma di quella terribile esperienza, terminata solo il 12 maggio del 1945 con la liberazione del campo da parte delle forze alleate, portarono per tutta la vita segni indelebili.

“La Città ha da tempo intrapreso un percorso di  ricerca storica volto a preservare la memoria dei lavoratori coatti deportati in Germania spiega il sindaco Francesco Casciano, una pagina di storia poco conosciuta ma che ha coinvolto giovani collegnesi e di   tanti comuni della bassa Val di Susa.  Le ricerche storiche condotte da DavideMorra, nipote di due dei cinque  collegnesi deportati, consigliere comunale e storico collegnese , sia presso l’archivio storico della Città che presso quello di Sant’Antonino di Susa hanno permesso la di riscoprire di una fra le più terribili pagine della resistenza locale e non solo.” 

Memorie da raccontare e tramandare alle nuove generazioni, conclude Casciano, per far conoscere gli effetti dell’odio, del razzismo, delle  aberrazioni umane prodotte dalla follia nazifascista.

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Un pensiero riguardo “Cinque collegnesi prigionieri nella fabbrica di Kahla

  • Aprile 23, 2021 in 9:42 am
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    Ho cercato la fabbrica sotterranea “REIMAHG” a Kahla per quasi 30 anni. In questo articolo, che non dovrebbe certamente essere interpretato male, ci sono alcuni errori importanti.Prima di tutto, la posizione, che Kahla chiama (e quindi non Kalha).
    Anche alcune cifre non sono corrette. Ad esempio, c’erano circa 12.500 lavoratori forzati, ma anche volontari stranieri, ma anche lavoratori tedeschi, un Werkschutz (internazionale) e persino giovani tedeschi (HJ) che sono stati radunati. La pista in cima al Walpersberg, che era quasi terminata nel dicembre 1944, era di 1200 m x30 m. Il numero di Me-262 prodotti è compreso tra 20 e 25. L’esercito degli Stati Uniti liberò i campi del “REIMAHG” il 13 e 14 aprile 1945. L’esercito degli Stati Uniti liberò i campi del “REIMAHG” il 13 e 14 aprile 1945. La differenza di giorno è dovuta all’attraversamento del fiume Saale, in cui quasi tutti i ponti sono stati fatti saltare in aria dall’esercito tedesco. Ora veniamo a un tema molto (il più importante), i morti. In effetti, 991 persone sono state denunciate alle autorità tedesche come decedute. Il numero di 6000 è assolutamente sbagliato! Le nostre ricerche intorno ai morti sono quasi complete e dobbiamo anche ammettere, in tutta onestà, che non conosceremo mai esattamente il vero numero. Attualmente, il numero di persone morte è di circa 1400. Questo è ancora più del 15 %! Se il lettore desidera trovare maggiori informazioni, posso consigliare il nostro sito web http://www.walpersberg.de (inglese / tedesco). Oppure un contatto diretto via info@walpersberg.de. Saluti da Kahla, Patrick Brion, Förderverein “Mahn- und Gedenkstätte Walpersberg” e.V., Sitz Kahla

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