Ballate, Ballate, le streghe sono tornate (al Flowers)
Friedrich Nietzsche sosteneva, con immancabile saggezza e acume, come in realtà non fossero mai esistite le ‘streghe’, ma piuttosto che “i terribili effetti della credenza nelle streghe sono stati gli stessi che se le streghe fossero realmente esistite”. Questi effetti non creano pertanto qualcosa che di certo non può essere intimamente e sostanzialmente tale; ma che la definizione stessa sia stata creata e viva nell’uso corrente dei vocabolari delle lingue del mondo, vivifica pertanto la possibilità stessa che esse – le streghe – possano esistere. Insomma, se puoi sillabarlo e dirlo, allora puoi pensarlo.

Le tradizioni popolari sono il substrato naturale di questi sillogismi, vere e proprie colture virali di sottoboschi narrativi, che si riproducono, camminano, procedono spediti di bocca in bocca, e di immaginario in immaginato. In quel medesimo ambiente, si è sviluppata – attizzata dalla stessa fonte di conoscenza empirica, e immischiate di tammorre, danze e grida ‘magiche’ – la musica folk e, più correttamente, quella tradizionale campana. La Niña – pseudonimo incantato dell’artista Carola Moccia – sa ammaliare perfettamente usando la magia del suo canto e i ritmi della canzone classica napoletana e della tammurriata con sonorità contemporanee come elettronica, alternative R&B, reggaeton e bass, ma con un cuore che è misticismo puro, in puro folclore del Sud Italia.

E allora ballate, ballate. Perché la parola precede la cosa, e la cosa obbedisce alla parola. Marion Zimmer Bradley lo aveva già intuito tra le nebbie di Avalon, quando scrisse di una magia che non proveniva da formule alchimistiche né da artifici arcani, ma dal fare che nasce direttamente dal dire – dalla voce che nomina e così convoca, che pronuncia e dunque crea. La tradizione non è un museo; è un organismo vivo, una catena di trasmissioni orali che si replica nel sangue e nella memoria muscolare, nelle dita che battono la tammorra, nelle gole che emettono suoni vecchi di secoli con la stessa urgenza con cui si manda un messaggio sul telefono. È esattamente in questa catena – spezzata e riannoddata, reinterpretata e rieseguita – che vive La Niña, alias Carola Moccia, figlia di Napoli e figlia del vento.

E non era sola ieri sera, La Niña, nel suo sabba benevolo. Perché le streghe, si sa, si riuniscono in convegno — e il convegno ieri a Collegno aveva il volto, le voci, le sembianze e le mani di Francesca Iavarone, Chiara Di Girolamo e Francesca Del Duca, tre presenze che non sono semplice accompagnamento ma parte organica di un organismo sonoro collettivo, voci e corpi che si muovono nella stessa corrente, che conoscono gli stessi segreti ritmici, che custodiscono la stessa fiamma. Al loro fianco — unico elemento maschile, come il musicante di corte che serviva le sibille — Alfredo Maddaluno, sodale di lungo corso, coautore di tutte le canzoni di Carola. Alfredo che sa essere presenza ma anche sembiante assenza, che sa quando parlare e quando tacere, quando spingere e quando lasciar spazio al silenzio carico di senso. Perché anche questa è magia: sapere che ogni potere ha bisogno di chi lo conosca abbastanza da non temerlo.

Perché il potere delle streghe, se vogliamo restare nel solco nietzscheano, non è mai stato quello di volare sui manici di scopa: è stato sempre e soltanto quello di affascinare. Il fascinare latino, che è incantare, è tenere, è attrarre con una forza che non conosce resistenza. Ed è esattamente ciò che accade quando La Niña sale sul palco del Flowers Festival: un sorriso che non è sfida, non è conquista, non è dichiarazione di guerra – è qualcosa di molto più antico e molto più potente. È la seduzione carismatica di chi conosce il proprio centro di gravità, radicato nella terra come un ulivo millenario e capace, nello stesso istante, di librarsi nell’aria come fumo di incenso.
Il femminismo di La Niña non è un manifesto; è una cosmogonia. Non nasce dalle aule dei collettivi né dalle pagine dei saggi accademici, ma dalla stessa forza primigenia che muove le maree e gonfia il grano: madre natura, nonna terra, quella matrice primordiale che le tradizioni mediterranee hanno sempre personificato al femminile proprio perché la forza femminile non ha bisogno di urlare per essere ascoltata – ha bisogno soltanto di pulsare. E la musica di Carola pulsa. Cresce dalla terra – nelle radici della tammurriata, nel ritmo ipnotico e ctonio di Sanghe, nel sangue appunto, quel sangue che è vita e sacrificio e rinascita, apertura del concerto e dichiarazione d’intenti – e acquisisce forza dall’aria, sale verso il cielo in Respira, dove il fiato diventa atto politico, dove inspirare ed espirare diventa rivendicazione di spazio. Ma sa anche strisciare come un serpente, e non è un caso che il serpente sia da sempre simbolo di saggezza femminile repressa, di quella Salomè che arriva nel set con tutto il peso mitico del suo nome e della sua danza, con tutta l’ambiguità di chi è stato raccontato sempre dagli altri e che finalmente – finalmente – prende la parola.

Gli ottanta minuti sul palco del Flowers scorrono come un rituale ben orchestrato, dove antico e contemporaneo si mescolano senza sutura visibile. ‘O ballo d’ ‘e ‘mpennate porta l’eco delle feste patronali nei bassi napoletani mentre i bassi elettronici fanno tremare le assi del palco; Ahi! e Oinè sono interiezioni trasformate in canzoni, il grido grezzo dell’emozione umana che non ha bisogno di traduzione perché appartiene a tutti i corpi indistintamente; Chiena ‘e scippe e Mammamà navigano nel territorio della tradizione campana con la disinvoltura di chi è cresciuta dentro quella tradizione, non di chi l’ha studiata a tavolino. C’è Fortuna e c’è Pica pica, c’è il divertimento e c’è il lamento, c’è la leggerezza che è serietà travestita, secondo la più antica delle tattiche folkloristiche.
Manalonga – la “mano lunga” del folklore partenopeo, quella creatura notturna che i bambini temevano – non arriva come un brivido nel set, ma conferma che La Niña non ha paura di guardare negli occhi i mostri della tradizione: poiché mostri, in realtà non sono, e mostro è semmai chi li nomina e li crea così, i mostri. Carola li conosce per nome, li chiama sul palco, li fa ballare con sé. Poi Storia di Afrodite, perché naturalmente il cerchio si chiude sempre su di lei, sulla dea nata dalla schiuma del mare, che è bellezza ma è anche potere, che è desiderio ma è anche autonomia. Nel mezzo, una Maruzzella di Renato Carosone restituita alla sua radice popolare, spogliata di ogni nostalgia stantia e rivestita di nuova pelle.
E poi l’immancabile Figlia d’ ‘a tempesta – che ha la struttura di un esorcismo, quasi di una cerimonia di chiusura.
Nietzsche aveva ragione: non importa se le streghe siano mai esistite. Importa che la parola le ha evocate, che la tradizione le ha tenute in vita, che qualcuno – ogni generazione – le abbia ri-pronunciate ad alta voce perché il mondo non dimenticasse. Stasera al Flowers, Carola Moccia le ha ri-pronunciate ancora una volta. Le ha fatte danzare sul palco di Collegno. E noi, che non siamo mai stati così felici di essere stregati, abbiamo ballato.
Alla fine, tocca doverosamente citare OkGiorgio, che ha chiuso la serata con la disinvoltura un po’ sbruffona di chi sa di dover riempire un palco grande, portando il suo indie-pop romano a raffreddare inevitabilmente la temperatura mistica che La Niña aveva così pazientemente costruito. L’incantesimo, diciamolo, si è spezzato abbastanza in fretta — la tammorra lasciava il posto al sintetizzatore, il rito alla performance, la terra al cemento. Eppure, a salvare almeno in parte la continuità della serata, è arrivato il momento del duetto con Carola Moccia: un innesto improvviso di calore in una set list altrimenti fredda, il segno che forse anche OkGiorgio sapeva benissimo dove stava la magia stasera, e ha avuto la saggezza — o almeno il buon gusto — di andarla a cercare.
Articolo: Stefano Carsen
Foto: Maurizio Lesto De Angelis
