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The day after ovvero la maledizione del numero quattro

di Rossano Gianoglio segretario Pd Rivalta

Il clima è quasi surreale come spesso accade dopo una sconfitta pesante. L’umore è un misto di rabbia e delusione: rabbia, per la consapevolezza che avremmo perso e nulla è stato fatto per prevenire l’inevitabile, delusione, perché l’entità della sconfitta è più ampia delle più fosche previsioni. Abbiamo avuto la nostra riunione del circolo, una delle più numerose e partecipate alle quali mi sia capitato di assistere. Tutti in cerchio, tutti alla pari, tutti con lo stesso bisogno di esternare il disagio per aver dissipato un patrimonio di consensi che 5 anni fa ci aveva portati ad essere il primo partito in parlamento. Già. 5 anni fa. Al tempo della non vittoria/non sconfitta del Partito Democratico, della pubblica umiliazione del segretario/candidato premier, Pierluigi Bersani, compiuta con crudele premeditazione dai 5 stelle guidati all’epoca da Vito Crimi, al tempo della rinuncia dell’allora nostro segretario a formare un governo, poi ci fu Letta che “stando sereno” dovette cedere il passo a Matteo Renzi segretario nazionale del partito e nuovo primo ministro. Le elezioni europee quando raggiungemmo e superammo il 40 per cento dei consensi e le regionali in Piemonte con la cacciata di Cota e del centrodestra all’epoca allo sbando e, poi, cominciò la lunga e lenta perdita di consenso che ci ha accompagnati fin qui.

Negli ultimi anni abbiamo inanellato una serie di sconfitte elettorali che non ha precedenti nella storia del nostro partito e della sinistra più in generale, almeno a memoria mia. Una serie di sconfitte che in un crescendo rossiniano ci ha portati alla débâcle del 4 marzo. Sempre il 4.

Un altro 4. Dicembre in quel caso. La bocciatura al referendum costituzionale avrebbe dovuto far suonare sirene e campane d’allarme e invece no, si scelse di minimizzare, di irridere quasi alle “cassandre” che prefiguravano altre e più gravi sventure che, ahinoi, come nella mitologia greca a cui Cassandra appartiene, si sono puntualmente avverate.

Che fare adesso? Ricostruire il partito, certo, ma su quali basi? E mentre noi ricostruiamo il partito gli altri stanno ad aspettare noi? Difficile da credere. La strategia quindi non può che essere quella a due binari: l’uno che mira alla costituzione dei gruppi parlamentari, alla formazione della delegazione che incontrerà il Presidente per le consultazioni di rito, agli incontri che necessariamente avranno luogo per la formazione del nuovo governo che, sia chiaro, non può vedere il PD alleato ma nemmeno in posizione di totale chiusura verso qualsiasi tipo di interlocuzione. Ora saranno gli altri dover chiedere un qualche appoggio e giocoforza qualcosa dovranno concederlo, non dimentichiamo che il nostro partito di tutto ha bisogno fuorché di tornare rapidamente alle urne e ancor meno se il ricorso al voto anticipato potrà essergli in qualche modo imputato.

L’altro binario è quello dell’analisi approfondita sia della sconfitta elettorale che dei processi sociali e politici che ci hanno portati qui. È imprescindibile un segnale di forte discontinuità con il recente passato, occorre promuovere un nuovo gruppo dirigente che venga percepito con quella caratteristica e che non appaia come un semplice riciclaggio di personaggi più o meno noti.

Occorre quindi che si recuperino i valori fondanti del Partito Democratico, affinché torni ad essere la casa dei riformisti italiani, laici e cattolici, pluralista e aperta, non un terreno di scontro tra opposte fazioni. È bene intraprendere un percorso che coinvolga tutte le strutture del partito che dovranno condividere e dibattere ogni aspetto prima del congresso che eleggerà il nuovo segretario nazionale e promuoverà il nuovo gruppo dirigente, tutti dovranno sentirsi partecipi di questo processo di ricostruzione, che non può e non deve essere calato dall’alto ma salire dal basso. Dal basso perché in molte comunità locali, soprattutto quelle a dimensione più piccola, il PD continua ad essere un riferimento importante, a governare paesi e piccole città, là dove il contatto è più diretto, dove i militanti ci mettono la faccia e sono riconosciuti per le loro qualità, per la loro serietà e capacità.

È a queste donne e questi uomini, ai giovani così spesso esibiti quanto estromessi da ogni decisione importante (la maggior parte di loro non guarda più al PD come un riferimento e nemmeno alla sinistra ma in gran parte guarda al M5S o ai movimenti di destra e estrema destra. Il 5 stelle è percepito come la nuova sinistra, non il PD, non i GD), che ci si deve rivolgere, che vanno coinvolti perché il partito possa rinascere su basi nuove, più solide e condivise.

Infine sarà opportuno che si valutino a fondo alcune modifiche statutarie che separino nettamente le figure del segretario e del primo ministro, per evitare appiattimenti del partito sul governo e garantire necessaria funzionalità del segretario e della segreteria nazionali. Allo stesso modo occorrerà pensare a dare una nuova forma all’istituto delle primarie, non si può consentire oltre , a chi è esterno al partito, di influenzare l’elezione del segretario.

Sarà un processo non breve e nemmeno indolore ma necessario. Ricostruire il più importante partito del centrosinistra italiano, valutando a fondo anche i cambiamenti sociali e politici che coinvolgono le sinistre e le socialdemocrazie europee ed extraeuropee, perché non siamo soli a questo mondo e un grande partito deve sapersi misurare anche sui temi sovrannazionali. Valutare approfonditamente anche le istanze degli italiani, che abbiamo evidentemente mal interpretato, ma che necessitano di risposte che non possono essere quelle della destra razzista e xenofoba o della demagogia populista dei 5 stelle.

C’è tanto da fare per cui mettiamoci al lavoro, da subito, con più umiltà e rinnovata energia.

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