Musica e spettacolo

Fiorella Mannoia al Colosseo, un viaggio tra le anime di De André e Fossati

Un omaggio a due grandi protagonisti della canzone d’autore italiana, un percorso attraverso storie di solitudine, libertà, identità e umanità, fino ad arrivare ai brani che hanno segnato la sua carriera. Fiorella Mannoia è salita sul palco del Teatro Colosseo il 28 ottobre 2026 con un concerto che ha messo al centro Anime Salve, l’album di Fabrizio De André e Ivano Fossati, e la profondità di una scrittura capace di attraversare il tempo senza perdere la propria attualità.

Un incontro artistico destinato a cambiarle la vita, quello con De André, seguito negli anni da quello con Ivano Fossati, che Mannoia definisce un «amico fraterno» e riconosce tra gli autori più importanti del proprio percorso. Da queste affinità nasce la prima parte dello spettacolo, interamente dedicata ad Anime Salve e ad alcuni dei brani più significativi del repertorio dei due cantautori genovesi.

Si parte con Dolcenera e Smisurata preghiera, per poi attraversare le vicende e le identità raccontate in Prinçesa, la storia di una trasformazione fisica e personale, e in Khorakhanè, dedicata al popolo rom e alla sua esistenza in movimento, «come il vento». Il viaggio prosegue con La guerra di Piero, che riporta al centro la tragedia della guerra, e con L’uomo coi capelli da ragazzo, dove trova spazio la follia nella sua dimensione più luminosa e struggente.

Non manca Fiume Sand Creek, il brano che racconta il genocidio dei nativi americani e che, nella sua forza evocativa, si presta a una lettura che va oltre il contesto storico originario, diventando una metafora delle stragi di innocenti che continuano a segnare il presente. Con Lindbergh, uno dei momenti più significativi della scrittura di Fossati, emerge invece il tema della solitudine, filo conduttore dell’intero progetto.

Il percorso si apre poi alle migrazioni con Mio fratello che guardi il mondo, fino ad arrivare alla title track Anime Salve. È qui che si concentra il significato più profondo dello spettacolo: un omaggio a chi vive ai margini, a chi sceglie la propria strada e a chi si trova, invece, a fare i conti con una solitudine imposta. Una distinzione che De André aveva più volte sottolineato e che attraversa l’intera poetica del disco, restituendo dignità a chi non si riconosce necessariamente nelle convenzioni sociali.

Ad accompagnare Mannoia, una band di otto musicisti, affiancata da un ensemble di sette archi, che arricchisce il suono e sostiene la dimensione orchestrale del concerto. Gli arrangiamenti sono nel complesso convincenti, anche se in alcuni passaggi la rilettura si allontana in maniera significativa dagli originali, senza sempre raggiungere la stessa efficacia. È il caso de La guerra di Piero, proposta in una veste più aulica e potente rispetto all’essenzialità della versione di De André. Una scelta che modifica il carattere del brano, privilegiando la solennità rispetto alla forza disarmante della sua struttura originaria.

Mannoia, dal canto suo, affronta l’intero concerto con grande continuità, mantenendo attenzione e intensità interpretativa. La sua presenza scenica accompagna un repertorio impegnativo, nel quale la centralità delle parole richiede misura e capacità di restituire le sfumature di ogni storia.

Nella parte finale, lo spettacolo si apre anche ad altri capitoli della carriera della cantante e a brani che appartengono alla storia della musica italiana. Arriva Sally, di Vasco Rossi, seguita da Mariposa, la canzone con cui Mannoia ha partecipato al Festival di Sanremo 2024. Il percorso si conclude con Quello che le donne non dicono, il celebre brano scritto da Enrico Ruggeri e Luigi Schiavone, diventato nel tempo uno dei pezzi più rappresentativi del suo repertorio.

È proprio sulle battute finali di quest’ultima canzone che torna al centro una questione che accompagna da tempo le esibizioni dal vivo di Mannoia. La cantante modifica infatti il verso conclusivo, sostituendo «diremo ancora un altro sì» con «diremo ancora un altro forse». Una variazione che ha suscitato un dibattito tra chi ne condivide il significato e chi ritiene che alteri il senso originario del testo.

Mannoia ha spiegato la scelta, ma stravolgendo il significato originario del brano perfetto nella sua stesura originaria, sostenendo che le donne non debbano sentirsi obbligate a dire sempre sì. Una lettura che si scontra con quella di Ruggeri, autore del brano, il quale ha più volte precisato che quel passaggio non riguarda il tema del consenso, ma racconta il cambiamento dell’uomo e il ricongiungimento della coppia dopo una crisi.

Due interpretazioni differenti che continuano a confrontarsi a quasi quarant’anni dalla pubblicazione della canzone e che mostrano come anche un classico della musica italiana possa conservare la capacità di interrogare il presente. Al Teatro Colosseo, il concerto di Fiorella Mannoia si sviluppa così tra memoria e attualità, affidando alla musica il compito di raccontare le fragilità umane, le contraddizioni della società e il valore di quelle storie che, anche a distanza di anni, continuano a chiedere ascolto.

Articolo Elisabetta Canavero

Photo Credit Marco Ritoli

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *