Genitori e figli nell’emergenza

È possibile aiutare bambini e ragazzi a dare un senso a questa esperienza? Ne abbiamo parlato con Paolo Bianchini, storico dell’educazione, docente del Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione all’Università di Torino

Ci troviamo nel pieno di un’emergenza sanitaria che sta stravolgendo le nostre abitudini. Anche i più giovani, con la chiusura delle scuole, si trovano a dover fare i conti, oltre che con nuove modalità di apprendimento, anche con una clausura forzata che spesso vuol dire condividere molto tempo con i propri genitori. Qual è il ruolo dell’adulto in questa situazione? È possibile aiutare bambini e ragazzi a dare un senso a questa esperienza? Abbiamo raggiunto al telefono Paolo Bianchini, docente di Storia dell’Educazione del Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione all’Università di Torino.

Bambini e ragazzi sono a casa da scuola da più di un mese, come possono i genitori gestire questa situazione?

Spesso si tratta di convivenze non facili perché nessuno è allenato. Non sono allenati i bambini e i ragazzi, non sono allenati i genitori e quindi si tratta di inventarsi delle forme nuove. Quando vige una situazione di normalità spesso desideriamo più tempo per stare con i nostri figli, la questione adesso è riempire questo tempo. Tempo che potenzialmente è vuoto e che invece deve essere riempito di cose utili e interessanti, che motivano il legame, che lo sostanziano e dunque siamo tutti di fronte a una bella sfida.
Credo che la ricetta sia facilissima e allo stesso tempo difficilissima: dobbiamo passare del tempo insieme facendo delle cose insieme; a qualunque età. Quindi non c’è un’unica ricetta. La ricetta va declinata a seconda dei ragazzi, della loro età, del loro stile di comportamento, dei loro interessi, dei loro bisogni.

La noia fa parte della vita dei ragazzi, ancora di più in questo periodo. Come possiamo aiutarli a gestirla?

Da storico posso dire che se non fosse esistita la noia, come bisogno di divertimento e soddisfazione di interesse, probabilmente non saremmo dove siamo come specie. Non avremmo inventato la ruota, non avremmo scoperto come utilizzare il fuoco. La noia è un elemento imprescindibile della conoscenza umana. Senza il tempo per annoiarsi – che però può essere anche un tempo per scoprire, per sperimentare – viene meno buona parte della nostra opportunità cognitiva, dunque mi sento di dire: ”Viva la noia”. La noia è una parte ineludibile della nostra esperienza biologica e biografica e per questo dobbiamo insegnare ai bambini e ai ragazzi a gestirla. Non dobbiamo eliminarla, è ineliminabile. È come pensare di eliminare la morte, per fare una metafora ancora più forte.
Si tratta di gestirla e di utilizzarla. Questa è un’operazione che qualche decennio fa sarebbe stata molto più facile, oggi è più complicata perché noi stessi adulti siamo molto poco capaci di annoiarci. Siamo sempre attaccati a un device, a un telefonino, a un social, a un computer; i ragazzi ci guardano e dunque imparano a non annoiarsi come noi. Io invece credo dobbiamo insegnare loro che la noia è una condizione umana. Non una condizione negativa, anzi, è una condizione imprescindibile perché ci sia lo studio, perché ci sia l’interesse, perché ci sia la curiosità.

Come possono i genitori stimolare la curiosità dei figli, facendo riferimento in particolare alle nuove tecnologie?

Credo che l’operazione da fare – e ribadisco non è un’operazione semplice – sia passare del tempo facendo delle cose insieme. Questo mette noi adulti nella condizione di essere maestri, di guidare nella scoperta, ma anche di essere allievi nella scoperta. Soprattutto in questo momento storico in cui siamo chiusi in casa e in cui più che mai il virtuale è una risorsa importantissima per superare le giornate, ben sappiamo che i ragazzi hanno delle abilità, delle conoscenze, dei contatti che gli adulti non hanno. È un’opportunità per entrare delicatamente e in punta di piedi nel loro mondo e anche per far capire loro in che modo questo mondo e questi strumenti tecnologici possono e dovrebbero essere utilizzati perché il fatto di saper maneggiare tecnicamente degli strumenti, che siano informatici o analogici, non vuol dire necessariamente averne capito il senso.
Credo che lo sforzo che noi dobbiamo fare con i bambini e con i ragazzi allo stesso modo è proprio quello di aiutarli a dare un senso a tutto quello che fanno e a tutto quello che utilizzano, facendone intravedere delle potenzialità e allo stesso tempo apprendendo noi stessi possibili usi e possibili strumenti che fino a un mese fa non ci saremmo mai sognati di prendere in mano.

Normalmente si affida alla scuola una buona parte del tempo dei figli. In questa situazione la scuola sta riuscendo a portare avanti la sua missione formativa?

Questa è una domanda che necessita di risposte articolate. Il presupposto di partenza – che naturalmente è una convinzione personale e non è detto sia condivisa da tutti – è che nulla può sostituire la scuola in presenza, nulla può sostituire la relazione in presenza. In questo momento le scuole, gli istituti, i professori ce la stanno mettendo più o meno tutta per svolgere questa funzione che giustamente le famiglie e lo stato gli attribuiscono, ovvero quella di educare, o perlomeno istruire, i loro figli occupandosi di buona parte del loro tempo. Ci stanno riuscendo? Io credo che ci siano situazioni diverse non solo in Italia ma anche all’interno degli stessi istituti. Diciamo che la scuola è arrivata impreparata a questa sfida come tutti noi, quindi questa non è un’accusa. Anche se forse un maggiore investimento sulle infrastrutture non avrebbe nuociuto. Credo che però stiano facendo tutti, dai presidi agli insegnanti agli stessi alunni, un enorme sforzo per provare a portare avanti una didattica che non può assolutamente – e questo lo sottolineo – sostituire la didattica in presenza ma che tutto sommato è la migliore alternativa che in questo momento storico noi abbiamo.
Si sta facendo il massimo, diciamo però che sarebbe servito uno sguardo un po’ più lungimirante nei confronti della scuola da parte dei governi. Negli ultimi trentanni i governi che si sono succeduti, tranne qualche rara eccezione, hanno operato dei tagli drastici all’istruzione in tutte le sue forme. Hanno tagliato le risorse per gli istituti, per i professori, per le infrastrutture, hanno tagliato le borse di studio, i soldi per i libri. Tagli che adesso si sentono. Sono gli stessi tagli che sono stati fatti alla sanità e ai servizi alla persona. Adesso stiamo riscoprendo che la sanità – naturalmente in primo luogo – ma anche la scuola e i servizi alla persona sono servizi essenziali. Questa loro natura di essenzialità non vuol dire che vanno avanti per forza. Proprio perché essenziali vanno curati, vanno tutelati, vanno finanziati, vanno controllati. Vanno veramente tenuti in particolare conto. Mi auguro che come cittadini saremo pronti a ricordarlo ai prossimi governi tutte le volte che penseranno di fare dei tagli a queste strutture essenziali della nostra società e della nostra cultura.

Da questa convivenza forzata genitori e figli impareranno qualcosa?

Credo che si stia scrivendo una pagina fondamentale nelle nostre vite e anche nella vita del nostro Paese. Da storico posso dire che quando ci è andata bene, come specie, abbiamo sperimentato delle pandemie almeno una volta al secolo. Una grossa pandemia nella vita di una persona è probabile. La stiamo sperimentando ora ed è un’esperienza che ci porteremo dietro, adulti e piccini. La speranza è che non rimanga nelle nostre menti e nei nostri corpi come qualcosa di traumatico ma che rimanga invece come un’esperienza, difficile, complicata e – si spera – unica ma che però ci ha segnato anche in positivo. Che ci ha dato l’opportunità di conoscere una parte di noi o una parte della realtà che altrimenti non avremmo conosciuto. Io credo che in effetti non saremo più come prima.
È importante che – pur nella difficoltà di trascorrere questi giorni e queste settimane di reclusione – soprattutto noi adulti che siamo i responsabili della relazione, ci sforziamo di relativizzare questo momento, ci sforziamo di metterlo nell’arco di quella che sarà la nostra vita e di quella che sarà la relazione con i nostri figli o i nostri studenti. In modo tale da non farlo vivere come qualcosa che deve essere superato, passato il più in fretta possibile, ma invece come qualcosa che ci può insegnare, che sia la storia, che sia la geografia, che sia un modo nuovo di stare insieme, che sia un uso diverso dei social. Questa è una grande opportunità e la possiamo sfruttare insieme ai nostri figli e ai nostri studenti. Credo che se ci sforziamo di vivere il momento nella sua pienezza, non tanto come un’opportunità perché mi sembra un po’ semplificatorio, ma come una realtà che dobbiamo vivere ma che andrà poi collocata all’interno del nostro percorso biografico e delle nostre relazioni, sia come genitori, sia come alunni, sia come insegnanti. Io credo che in questo modo c’è l’opportunità di non farla passare solo come un’esperienza che deve essere superata, come un tempo che deve essere lasciato passare. Credo che non dobbiamo accontentarci di lasciarlo passare.

Un pensiero riguardo “Genitori e figli nell’emergenza

  • Aprile 1, 2020 in 5:22 pm
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    Articolo interessante e condivisibile. Sarebbe bello che potessero leggerli e capirli genitori ed insegnanti. Mi accorgo che ci sono delle differenza sostanziale sul territorio nazionale dia a casa che a scuola. Si passa da un vuoto totale o quasi di esperienze e condivisioni ad un eccesso di proposte, di materiali , di iniziative che spesso durano tutta la giornata. La noia è fondamentale per adulti e bambini come momenti di solitudine e di autoregolazione. Tanto forse troppo di parla di uscire “diversi” in tutto e X tutto da questa crisi grave e mondiale senza invece cogliere i nodi “principali” su cui poter iniziare un percorso “diverso”. Lo vedo tanti nella scuola dove che ha più strumenti e piu capacità sta disegnando una formazione completamente differente auspicando che le istituzioni colgano le proposte X normarle. Forse invece ci vuole più flessibilità e meno fretta X non bruciare quel potenziale che in questa fase si sta aprendo. Mluisa Moresco

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