Manicomio di Collegno negli anni trenta. Dagli archivi ancora una storia esemplare.

Il 9 giugno il giornale Il Manifesto ha pubblicato un articolo di Vinzia Fiorino per recensire un libro dal titolo “Il caso di G. La patologizzazione dell’omosessualità nell’Italia fascista” di Gabriella Romano. Lo proponiamo ai nostri lettori perchè si parla dell’Ospedale Psichiatrico di Collegno e del suo archivio storico.

Il fascismo ha utilizzato i manicomi come mezzo di repressione dell‘invisa omosessualità? L’interrogativo non ha ancora trovato una risposta organica nella pur ampia e rinnovata storiografia italiana sull’internamento psichiatrico; eppure si profila una riflessione ben più interessante di un banale sì o no alla domanda posta. Gabriella Romano ( autrice tra l’altro del fortunato Il mio nome è Lucy: l’Italia del XX secolo nei ricordi di una transessuale, Donzelli) ha preso in esame il caso di un uomo internato nel 1928 per tendenze omosessuali nel manicomio di Collegno. Il Caso di G. La patologizzazione dell’omosessualità nell’Italia fascista (Ets, pp. 124, euro 12) porta però un esempio del tutto speciale perché G. è un esempio del tutto speciale perché è un avvocato, colto e – ovviamente – ben abile nel muoversi nelle strategie difensive: prevedendo che il fratello avrebbe chiesto il suo internamento, mette per iscritto le sue ragioni lasciandoci così un documento autobiografico di rara intensità. Scrive infatti un Memoriale; temine che a noi può certo suonare un po’ troppo enfatico, ma che invece sottolinea la voglia di affermare con forza il suo punto di vista. Emerge, infatti, la voce di un omosessuale che ripercorre la sua vita e le tante discriminazioni subite a partire da quelle, cocenti, in seno alla famiglia. Come la nuova storiografia ha mostrato in riferimento ad altri casi di studio, anche il signor G. non è solo vittima di un sistema di segregazione, ma attore che usa le (tante) risorse culturali di cui dispone per denunciare il carattere subdolo del fratello, smascherare i vili interessi per disereditarlo finendo per reclamare il suo diritto ad essere un uomo libero.

Tra gli aspetti di maggiore interesse vi è, a mio avviso, il continuo intreccio e l’astuto ribaltamento dei codici culturali più diffusi durante il fascismo sull’omosessualità che per l’appunto vengono sapientemente usati dal protagonista a proprio vantaggio. Intanto alcuni assiomi sembrano ben acquisiti e propagandati dal regime, che mostra di essersi ben nutrito degli studi psichiatrici sull’inversione sessuale, consolidando così gli stereotipi sul «maschio effemminato» e sulla «donna mascolina» e, soprattutto, immergendo l’omosessualità all’interno della patologia mentale. Il discorso pubblico fascista si addentra, inoltre, in una più sottile distinzione tra omosessualità (maschile) attiva e passiva, congenita ed acquisita, che sarà uno degli argomenti su cui il signor G. farà leva per riacquistare la libertà. Nel suo coraggioso coming out, tuttavia, egli non sovverte il pensiero corrente del tempo, né le granitiche certezze del regime, ma ci fa riflettere sui meccanismi di interiorizzazione dei codici dominanti e sulla possibilità di manovrare gli stessi.

Attraverso le parole del protagonista ci caliamo nella paura di chi si sentiva braccato per via della sua diversità, nonché nelle miserie dei congiunti; facciamo il nostro ingresso in un interno domestico che fotografa una famiglia molto distante dal modello propagandato dal fascismo. Riaffiora un’Italia stritolata dalla paura e dalla sfiducia, in cui tutti erano contro tutti, e in cui le denunce e le spiate erano all’ordine del giorno. Fa da sfondo la Torino di quegli anni (1928 – 1931), tratteggiata grazie alla documentazione della prefettura e ai quotidiani dell’epoca, che appare come una città sempre più cupa e soffocata dalla scure della censura; una città in cui la campagna di moralizzazione non risparmiava le poesie di Saffo, i locali notturni, i teatri, la musica jazz, fino al divieto di usare i coriandoli a Carnevale. L’atmosfera era ormai troppo asfittica ed opprimente e si coglie come la paura potesse diventare il miglior mezzo per costringere la diversità all’autocensura.

Il libro prende in esame i materiali archivistici di Collegno per ricostruire l’ordinaria routine di uno dei più importanti manicomi italiani e ne rivela gli aspetti più agghiaccianti della quotidianità. Ma la prospettiva prescelta dall’autrice è ben più ampia: il caso di Collegno è infatti messo in relazione con altri ospedali psichiatrici dove «invertiti», «pederasti» e «tribadi» venivano internati, interrogati, analizzati, misurati, giudicati. Si tratta di documenti preziosi che consentono di ricostruire le vite di alcuni omosessuali e di alcune lesbiche dell’epoca, argomento su cui la storiografia potrebbe ancora indagare molto.

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