Un unico paese, un unico cielo – Hong Kong e la storia della Cina

di Carlo Cumino

Nella scena finale del film cinese Hero il protagonista ha l’opportunità di uccidere il sanguinario imperatore della dinastia Qin, ma decide di non agire in quanto consapevole che una vittoria del nemico significherebbe l’unificazione dei vari regni in cui era allora divisa la Cina, portando infine “la pace sotto un unico Cielo”. 

Se si vogliono capire gli eventi cinesi è importante avere in mente questa scena che esprime i due caposaldi di come la Cina veda sé stessa: unità e centralità! Ciò vale anche per la legge di sicurezza nazionale  emanata da Pechino contro le proteste di Hong Kong (entrata in vigore oggi, 1° luglio 2020 a 23 anni dalla fine del dominio britannico sulla sua ex-colonia) che segna – con molta probabilità – la fine del modello “Un paese due sistemi”, che è stato in vigore fino ad oggi nell’ex-colonia britannica fin dal suo rientro in seno alla madre patria.

Le radici delle proteste che hanno portato alla situazione attuale sono da cercare proprio nel periodo che vide la nascita di Hong Kong come colonia britannica, assieme a tante altre “concessioni internazionali” (fra cui rientrava anche la città di Tientstin, ceduta all’Italia); veri e propri territori coloniali situati lungo la costa che l’Impero Cinese era stato costretto a cedere ai governi europei a seguito con i vari Trattati ineguali che erano seguiti alla guerra dell’oppio nel 1869. Periodo che la storiografia cinese identifica come il secolo delle umiliazioni: un intervallo di circa 100 anni in cui la Cina vide la sua unità politica crollare a causa delle interferenze degli stranieri, portando non solo alla colonizzazione ma anche alla caduta del regime imperiale nel 1912, alla frammentazione del paese fra i vari Signori della Guerra e all’invasione nipponica durante la Seconda guerra mondiale che portò alla formazione sul territorio cinese di vari stati-fantoccio (il più noto dei quali è il Manchukuo). 

Unità territoriale del cui recupero Mao e il Partito Comunista Cinese hanno fatto la loro bandiera fin dal loro insediamento nel 1949 (dopo aver esiliato il governo nazionalista di Chang Kai Shek sull’isola di Taiwan) e che – seppur declinato in diverse sfumature ideologiche – a tutt’oggi è al centro della narrazione del partito. Si tratta – tuttavia – di una riunificazione non ancora completata data la presenza non solo della sulla “provincia ribelle” di Taiwan (sede di quell’altra Repubblica di Cina formatasi dopo la caduta dell’Impero ma non abbastanza forte da riunificare e risollevare il paese e proteggerlo da possibili “interferenze straniere”) e di altri territori contestati, persi durante il secolo delle umiliazioni (come le isole Daiyoyu/Senkaku, annesse dal Giappone a seguito della guerra sino-giapponese del 1895). Solo quando il Partito riuscirà a riportare tali territori “sotto un unico Cielo” allora la vergogna sarà superata e il suo ruolo di “guida” rispetto agli altri partiti minori del Fronte Unito giungerà al termine.

Dati questi presupposti si può facilmente capire cosa ha simboleggiato per Pechino il ritorno di Hong Kong 23 anni fa: il recupero di una zona sottratta circa un secolo prima. Tuttavia, (come più volte ricordato dalla scrittrice e giornalista Ilaria Maria Sala, residente proprio a Hong Kong) il territorio hongkongino negli anni precedenti il suo rientro non era divenuto solo una piazza d’affari internazionale ma un luogo di sicuro per i rifugiati politici, scappati dalla RPC durante le campagne del maoismo o a seguito delle proteste di Piazza Tien’amen.

Questa particolare situazione ha permesso per molti anni alla città di godere di maggiori libertà civili rispetto ad altri territori cinesi – malgrado la mancanza di un suffragio universale completo per quanto riguarda l’elezione del mini-parlamento cittadino (il consiglio legislativo) e la presenza di un governatore nominato da Pechino – in accordo col meccanismo “Un paese, due sistemi” voluto da Deng Xiaoping negli anni ’80, con l’obbiettivo di poterlo in futuro utilizzare anche per un’eventuale riunificazione di Taiwan.

Tale situazione è venuta però ad inasprirsi con l’elezione nel 2012 dell’attuale presidente Xi Jinping – che ha introdotto nella Cina tutta un tipo di governo dove il controllo ha precedenza su altre prerogative – unito al fatto che attualmente Pechino non ha ancora concesso l’elezione diretta con suffragio universale del presidente dell’esecutivo, sebbene tale elemento sia previsto nell’accordo fra Regno Unito e Cina riguardo alla cessione di sovranità e dalla legge fondamentale di Hong Kong.

La mancanza di un pieno suffragio universale (che ha portato nel 2014 aveva portato alla breve “rivolta degli ombrelli”) ha visto negli anni una crescita all’interno del consiglio legislativo dei partiti pro-democrazia, e che nei mesi dell’anno scorso ha portato alle proteste della cittadinanza hongkonghese (popolo che è comunque abituato a rendere conto al proprio governo) in merito alla legge sull’estradizione che Pechino fu poi costretta a ritirare. Cosa ha spinto quindi Xi Jinping a voler rafforzare il controllo di Pechino su Hong Kong ponendo fine al vecchio modello, mettendo a rischio una riunificazione con Taiwan nel breve periodo?

Oltre all’evoluzione della politica taiwanese negli ultimi anni (che ha visto il successo dei partiti indipendentisti sui nazionalisti, favorevoli invece ad un ritorno dell’isola in seno alla continente), quello che ha influito di più è sicuramente l’epidemia del COVID-19, che ha messo a dura prova la crescita economica cinese (questo è il primo anno in cui la crescita del PIL non sarà uno degli obiettivi governativi) oltre alla reputazione politica del governo di Pechino. Non è quindi strano che ciò abbia spinto il PCC a dare un segnale di forza interna ai propri cittadini, puntando su quella tensione nazionalistica (o “patriottica” come si diceva ai tempi di Mao) che (specialmente da dopo Tien’anmen) è la stella polare della dottrina del Partito. Fra le giustificazioni utilizzate dal governo cinese in merito alla legge sono infatti riscontrabili le due più grandi paure nate dal secolo della vergogna: le influenze degli stranieri e la possibilità di secessione, in modo da mantenere il paese “sotto un unico Cielo”.

                                                                                                                                                                   

https://www.rsi.ch/play/radio/modem/audio/hong-kong-linizio-della-fine?id=13077201
https://www.raiplayradio.it/audio/2019/08/TUTTA-LA-CITTAapos-NE-PARLA-c55b92ce-6bf3-4117-8ca1-9d52b89a5d56.html
https://books.google.it/books?hl=it&lr=lang_it&id=DvRBDwAAQBAJ&oi=fnd&pg=PA277&dq=cina+secolo+della+vergogna&ots=crkRy2_YC8&sig=9FiCOXWhOMS2cONflPcCmbhckLU#v=onepage&q=cina%20secolo%20della%20vergogna&f=false
Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *