Incontrare la Mindfulness ovvero la consapevolezza

di Chiara Lovera – Psicologa e Psicoterapeuta dell’età evolutiva

Questa settimana ho il piacere di presentare all’interno della Rubrica di Psicologia un ciclo di interviste a quanti a vario titolo si occupano di salute. Inauguro questo percorso con l’intervista al Dottor Francesco Scavelli, Istruttore Mindfulness a Torino*.

  1. Iniziamo dal principio: che cosa significa mindfulness, che cos’è la mindfulness.

Mindfulness è una parola inglese che si traduce con “consapevolezza” o “piena presenza mentale” e ha origini nella tradizione orientale della meditazione buddista: infatti, il termine deriva dal sanscrito antico, conosciuto come “sati” che vuol dire effettivamente “nuda attenzione al qui ed ora”

  • A chi si rivolge la pratica della mindfulness e quali interventi propone?

Tutti possiamo avvicinarci alla pratica della mindfulness, perché tutti, ad ogni modo, viviamo il disagio e la fatica del vivere, ognuno a modo proprio sperimenta ogni giorno il vissuto dell’insoddisfazione, da quella delle piccole cose a questioni più importanti

  • Che cos’è una pratica?

Questa è una bellissima domanda: oggi, essendo un fenomeno molto in voga, va di moda, molti titoli sulle riviste e sui quotidiani strillano di mindfulness, parlandone come una tecnica miracolosa in grado di risolvere i nostri problemi. Ovviamente non è vero: la mindfulness è una pratica proprio perché è un percorso di crescita personale che riabilita una abilità che spesso non usiamo, mentre siamo più portati a svolgere la nostra giornata secondo le abitudini che abbiamo costruito nel tempo. Inneschiamo il “pilota automatico”, perché è più facile procedere secondo degli schemi di pensiero, di emozioni, di comportamento che abbiamo fissato sia con noi stessi che con gli altri, anche quando razionalmente sappiamo che non ci saranno utili. Un esempio su tutti: quante volte ci ritroviamo a pensare pensieri che non vorremmo ci fossero, che ci rapiscono da quello che stiamo facendo e ci portano o indietro nel passato o ansiosamente nel futuro, per esempio su ciò che potrebbe succedere a noi e ai nostri cari?

  • Possiamo aspettarci qualcosa dalla mindfulness? Che cosa? O, paradossalmente,  non dobbiamo aspettarci nulla e assistere, proprio allora,  ad un cambiamento?

Essendo una pratica, che richiede dunque un impegno affinché la mente possa apprendere giorno dopo giorno un set di modalità più salutari di funzionamento riguardo a se stessi e a noi stessi nel mondo in relazione con gli altri, l’unica cosa che possiamo aspettarci è la libertà di essere liberi dagli schemi e dalle abitudini non salutari, come per esempio il pensiero giudicante, tanto presente nella nostra cultura occidentale, derivato da una cattiva religiosità, a favore di un atteggiamento gentile, compassionevole, si potrebbe descrivere con la parola “saggio” nella tradizione orientale, o sano, in quella occidentale, con noi stessi, in primis, perché è prerogativa per esserlo con gli altri.

  • La mindfulness mostra  come si possa assumere durante la pratica un atteggiamento da principiante: che cosa significa e in che modo si può essere principianti nella vita?

La locuzione “mente del principiante” è di un maestro della tradizione Zen, Suzuki Roshi, che riassume l’atteggiamento principale dell’essere mindful, cioè consapevoli: se noi siamo liberi da quegli schemi di cui parlavo prima, ogni qualvolta che incontriamo un’esperienza viviamo la libertà del momento presente, nel suo dispiegarsi per così com’è, senza pregiudizi né preconcetti. Immaginate che effetto fa solo immaginare di incarnare questa modalità di essere? Leggerezza. Nella mente e nel corpo.

  • Come la mindfulness ci aiuta ad occuparci della sofferenza e del dolore?

Solo la pratica costante fa sì che si apprenda un modo diverso di relazionarsi con le proprie esperienze di agio e di disagio, quindi di benessere e di malessere. Non basta fare una meditazione, anche se gli studi scientifici dimostrano che alcuni benefici si sentono sin da subito. La mindfulness si apprende attraverso un percorso disciplinato, sotto la guida di un istruttore formato e che la pratica personalmente, meglio se un operatore sanitario, che fornirà tutti gli strumenti, in primis attraverso la tecnica meditativa, e le modalità più efficaci secondo le evidenze della letteratura scientifica che si hanno al momento, racchiusi in protocolli rigorosamente certificati sia per la gestione dello stress, questi validi per tutti, sia per condizioni patologiche specifiche come il disturbo d’ansia e di attacco di panico, il cancro, la depressione, il dolore cronico e così via. Oggi ne esistono tanti e specialistici. Li insegno in ospedale, in ASL, all’Università e in studio privato.

  • C’è qualcosa – un messaggio, un pensiero, un’idea – che l’accompagna nella sua professione che desidera condividere con i lettori ?

Decisamente sì, una frase di un Anonimo che racchiude l’insegnamento più grande della mindfulness: la libertà di essere come siamo e recita cosi: “che la tua vita sia come quella del loto, a proprio agio in acque torbide”. Me ne ricordo tutti i giorni e ce l’ho scritta a casa, in studio e su molti quaderni, ma soprattutto nella mente. Mi sostiene nei momenti in cui mi scopro più fragile e mi fa apprezzare anche questa fragilità, riscoprendola in un luogo più ampio e meno costretto del cuore, come quello dell’essere umano. E la condivido con ogni persona voglia affidarsi a me.

  • So che lei consiglia di avvicinarsi alla pratica della mindfulness attraverso l’esperienza diretta – attraverso il sentire –  piuttosto che attraverso la conoscenza intellettuale ma se qualche lettore desiderasse approfondire attraverso la lettura di un libro, quale consiglierebbe?

Esattamente, è quello che sostengo. Solo la pratica che passa attraverso un lavoro psico-corporeo e comportamentale può favorire un processo, altrimenti sarebbe un mero esercizio intellettuale, come per apprendere una nuova lingua è necessario parlarla, o suonare uno strumento, non basta studiarne solo le note. Esistono tantissimi libri sull’argomento, e sono di vari livelli. Per il principiante non posso non consigliare di iniziare con la lettura di “Dovunque tu vada ci sei già” di Jon Kabat-Zinn, padre dei Protocolli Mindfulness e ogni testo da lui scritto, facilmente reperibili e per una lettura più approfondita sulla tecnica della meditazione “Vipassana” che è quella insegnata nel protocollo il libro: “La pratica della consapevolezza in parole semplici” di Henepola Gunaratana, che come recita il sottotitolo: “la guida migliore, dopo un maestro in carne e ossa, per cominciare a meditare subito”.

*Specializzato in Riabilitazione Psichiatrica, lavoro presso l’AOU San Luigi Gonzaga di Orbassano e il territorio dell’ASL TO3, sono professore a contratto presso l’Università degli Studi di Torino, mi occupo di formazione per il personale sanitario in merito alla gestione dello stress lavoro correlato e da più di dieci anni sono Istruttore Mindfulness, dopo essermi formato a Roma e a Torino. Ricevo su appuntamento presso il mio studio in Corso Ferrucci 58 a Torino dal 2010 e sono presente su internet al sito www.mindfulnesstorino.it e sui canali social “Mindfulness Torino” (logo con  la Mole arancione) su Facebook e Instagram, dove si possono trovare tutti i modi per contattarmi.

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *