Sugli eventi di Colleferro: quando impareremo a non giustificare la violenza?

di Athena Pesando

I tragici eventi avvenuti a Colleferro sono ormai noti a tutti: un 21enne di nome Willy Monteiro Duarte è stato ucciso a suon di calci e pugni da una banda di zona. Non c’è voluto molto perché all’accusa di omicidio si aggiungesse l’aggravante di odio razziale: i componenti della banda erano infatti personaggi già noti alle forze dell’ordine e sui loro profili social non mancano post e commenti colmi di odio razziale, nonché il “segui” su pagine politiche di estrema destra.

Al di là della notizia in sé, già riportata da diversi quotidiani, è utile soffermarsi sulle reazioni che questa vicenda ha suscitato nelle persone comuni. Come era purtroppo prevedibile non sono tardati ad arrivare i commenti beceramente razzisti che innalzano i responsabili dell’accaduto a dei paladini che hanno “ammazzato un extracomunitario” o che li giustificano “era solo un ne**o”, commenti che sono provenuti anche da alcuni familiari degli aggressori.

Per fortuna però, gran parte delle persone hanno giustamente condannato l’atroce gesto anche se non mancano commenti che possono all’apparenza sembrare positivi, ma che nascondono un velato pregiudizio. C’è chi accusa le arti marziali, definendole discipline violente, in quanto i membri della banda pare fossero appassionati di MMA (acronimo di Mixed Martial Arts, arti marziali miste), e chi ha preso di mira la fidanzata di uno dei membri che compare in alcune foto sui profili social del suddetto, sotto la foto in questione si leggono infatti commenti dove vengono rivolte alla ragazza parole come “cag*a” o “tr**a”. Questo tipo di atteggiamento, che a primo impatto può sembrare innocuo, nasconde qualcosa di più profondo e controverso: la responsabilità passa dal criminale ad altri capri espiatori: la fidanzata, le arti marziali e così via. È un po’ lo stesso discorso di quando di fronte a un omicidio si dà la colpa ai videogiochi violenti, alla musica rock e così via. Insomma, quando il colpevole di un crimine è un maschio bianco eterosessuale lo si tratta come un bambino incapace di essere agente consapevole e responsabile delle proprie azioni al cento per cento, ma si ricerca sempre un oggetto terzo al quale attribuire almeno una parte di colpa.

Giustamente, diverse persone hanno fatto notare l’assurdità di queste opinioni “Sono i fasci di me**a che vanno banditi, non le arti marziali” scrive un ragazzo su Facebook. Ancora di più diventa interessante soffermarsi sui motivi che spingono le persone a prendersela con la fidanzata del giovane uomo che ha commesso l’omicidio, commenti talmente violenti che hanno spinto la ragazza in questione a cancellare i propri profili social. Ancora oggi è presente una cultura che porta a individuare nelle donne sempre e comunque un ruolo che potremmo definire materno o da crocerossina, per cui si pensa che le donne siano in qualche modo responsabili dell’educazione degli uomini, nuovamente deresponsabilizzando questi ultimi dalle loro malefatte. Se un uomo stupra la colpa è sempre attribuita alla donna che indossava una gonna troppo corta (a meno che l’uomo in questione non abbia la pelle nera, a quel punto diventa automaticamente un cavallo di battaglia per i ferventi razzisti), se un uomo uccide di botte un ragazzo di 21 anni la colpa è attribuita, almeno parzialmente, alla sua fidanzata perché “non bisogna darla ai fascisti”, così si legge in un altro commento alla vicenda.

I motivi per cui non ha alcun senso accanirsi contro la fidanzata di un criminale sono principalmente due: in primis non sappiamo niente di questa ragazza, lui potrebbe aver sempre finto di essere una persona squisita davanti a lei, o lei potrebbe essere una ragazza ingenua, con un carattere più remissivo o anche solo una persona che non è dotata degli strumenti culturali per capire a pieno certe tendenze ideologiche del fidanzato. Ricordiamo che la poca cultura, così come l’ingenuità e l’avere un carattere debole, non sono colpe e anzi insultare una persona per queste caratteristiche è da bulli e anche velatamente classista. In secondo luogo, la responsabilità di un crimine è sempre di chi quel crimine lo ha commesso e non delle persone, delle donne nello specifico, che fanno in qualche modo parte della sua vita. Il credere che una donna abbia un ruolo intrinsecamente educativo nei riguardi del “proprio uomo” deriva da un retaggio culturale patriarcale, che veda la donna ancora come “angelo del focolare”, di fronte a questi eventi dobbiamo tutti farci un’analisi di coscienza e cercare di capire quali stereotipi sono alla base delle nostre reazioni. Quando impareremo, davanti a un crimine, a colpevolizzare l’autore di quel crimine senza cercare giustificazioni?

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