CGIL: sulla pillola abortiva ancora un attacco alle donne

Le nuove Linee di indirizzo del Consiglio Superiore di Sanità ammettono l’interruzione volontaria di gravidanza con metodo farmacologico fino a 63 giorni di gestazione ed in regime ambulatoriale o di day hospital (fino ad ora l’utilizzo di questa metodica era consentito soltanto fino a 49 giorni di gestazione ed in regime di ricovero ospedaliero).

Da molto tempo le donne avevano sollecitato questo adeguamento agli standard degli altri Paesi, adeguamento promosso dal Ministero della Salute ad agosto di quest’anno che è stato accolto dal plauso di tutte le Società scientifiche dei Ginecologi, italiane ed europee.

Perché questa scelta è importante?

– perché supporta il ricorso alle “tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose” come previsto dalla legge 194 (art. 15);

– perché promuove l’appropriatezza clinico-assistenziale, evitando ricoveri ospedalieri inutili e costosi;

– perché si ripropone la centralità dei consultori a supporto della salute delle donne.

E perché sono insostenibili le affermazioni di chi avversa le nuove Linee di indirizzo?            

Si mette a rischio la salute delle donne: tutta la letteratura scientifica, che si basa su migliaia di casi trattati secondo le nuove Linee di indirizzo, smentisce questa affermazione.

La donna è lasciata sola: certamente la donna è molto più sola se deve rimanere per diversi giorni in ospedale, come era previsto fino ad ora, in un ambiente sconosciuto e che difficilmente è in grado di rispondere ai suoi bisogni di sostegno

– L’aborto è reso più facile: l’aborto farmacologico richiede tempi più lunghi – alcuni giorni – rispetto all’aborto chirurgico, con il quale tutto si conclude in poche ore

Per Elena Petrosino, responsabile Politiche dei Generi della segreteria Cgil Torino, “invece di portare queste argomentazioni senza fondamento, la Regione Piemonte farebbe meglio a preoccuparsi di fare in modo che le Linee di indirizzo vengano applicate nel modo più efficace ed efficiente, ad esempio garantendo la formazione dei professionisti al fine di poter offrire in sicurezza alle donne sia l’aborto farmacologico, sia l’aborto chirurgico”.

Tra l’altro la scelta della modalità di intervento spetta alla donna, informata adeguatamente circa vantaggi e svantaggi dell’una o dell’altra procedura (intervento chirurgico o farmacologico).

Petrosino sottolinea inoltre che occorre “adeguare la rete dei consultori del Piemonte agli standard previsti a livello nazionale in termini di numero per abitanti, di numero e tipo di operatori e di prestazioni offerte, visto che attualmente ne siamo molto lontani, e organizzare la rete territorio (consultori) – ospedale in modo da garantire la salute delle donne in tutti i suoi aspetti”.

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