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La scoperta dei Goti e dei Longobardi a Collegno

18 anni fa, esattamente in questi giorni, nel 2002, la scoperta dei siti, avvenuta all’avvio dei lavori per la costruzione del deposito dei treni della metropolitana torinese, che hanno permesso di controllare 180.000 mq di un’area agricola adiacente al Campo Volo.

A questi si sono aggiunti altri 25.000 mq indagati tra il 2005 e il 2006 per l’ampliamento del cimitero comunale. La grande estensione dell’area di scavo ha permesso di esplorare completamente le due distinte necropoli e gran parte del villaggio connesso ai sepolcreti, seguendone le trasformazioni nel tempo, fino al XII secolo.

2. Topografia

L’area occupa l’ampio terrazzo fluviale di un’ansa della Dora, dove le prime tracce di insediamento consistono in due isolate tombe dell’età del Bronzo. In età romana la località doveva trovarsi nei pressi di un ponte o un guado sulla Dora, lungo uno dei percorsi collegati alla grande arteria stradale che da Augusta Taurinorum conduceva ai valichi alpini. A meno di un chilometro di distanza, al quinto miglio dalla città, sorse nel V secolo la basilica paleocristiana di S. Massimo ad quintum, preceduta da importanti strutture di età imperiale, interpretate come stazione o ricca villa. Il toponimo dell’attuale strada «della Varda» che attraversa il sito, può essere di origine germanica (Wart = guardia, luogo di osservazione, di guardia) in rapporto alla funzione di presidio territoriale svolta dall’insediamento goto, e poi longobardo, che venne a insediarsi in questo luogo tra VI e VII secolo. La via della Varda nel medioevo non è che il tratto collegnese della «via Pellegrina» o «Pellerina» che, uscendo da Torino, percorreva la riva destra della Dora e conduceva al ponte, citato nei documenti a partire dal 1210.

3. I Goti

Dopo un lungo periodo seguito alla deposizione delle tombe dell’età del Bronzo, le prime attività di rioccupazione di queste terre consistono nello scavo di un canale e nella costruzione di modesti edifici rurali con zoccolo in muratura di ciottoli e argilla e struttura portante in legno, databili al V secolo d.C. Poco dopo, tra la fine del V secolo e il 560 circa vi si insedia una famiglia aristocratica gota di cui si è scoperta e indagata la piccola necropoli, situata a poche decine di metri dalle abitazioni. Intorno a una tomba monumentale, allestita per il capo del gruppo, si disponevano due sepolture maschili, due infantili e tre femminili, di cui due con ricchi gioielli e vesti decorate con broccato d’oro. Il personaggio della tomba principale era un uomo di oltre 50 anni, deposto senza armi e con due cinture chiuse da fibbie in bronzo dorato e in ferro. La deformazione cranica artificiale evidenziata in questo individuo e in uno dei bambini, ottenuta con bendaggi applicati fin dall’età neonatale, è frutto di una pratica del tutto estranea in Italia e invece diffusa nell’Europa centro-orientale tra V e VI secolo. Le analisi antropologiche hanno inoltre rilevato nell’individuo adulto la cosiddetta “sindrome del cavaliere”, dovuta a un costante e intenso addestramento equestre, esercitato dalla nobiltà gota come abilità guerriera specifica del proprio rango sociale.

4. La necropoli longobarda

Con l’arrivo dei Longobardi in Piemonte nel 570, il villaggio fu occupato da una nuova comunità, che scelse un’area da destinare a cimitero lottizzandola per famiglie e clan. La necropoli, posta a circa 300 metri da quella gota e dalle capanne, comprendeva 157 tombe ordinate a file per nuclei, secondo una pianificazione mantenuta molto a lungo fino all’VIII secolo. Tra le tombe più antiche e prestigiose, undici sono di un particolare tipo ad ampia fossa rivestita di legno con pali angolari, già diffuso negli stanziamenti in Pannonia (attuale Ungheria) precedenti la discesa longobarda in Italia. Questo tipo fu adottato dalla famiglia egemone, sepolta nella fascia orientale del cimitero e distinta in 4 casi dalle croci d’oro cucite sui veli funebri. Nel gruppo spiccano per importanza i cavalieri, come indicano una sepoltura di cavallo, sacrificato e deposto accanto alla tomba – purtroppo andata distrutta – del suo padrone e forse capo della comunità, e lo sperone della tomba con il più ricco corredo di armi. Le cinture per la sospensione delle armi con guarnizioni in ferro ageminate (decorate a incastro di filamenti di metalli diversi), sono piuttosto diffuse nei corredi di pregio. Le sepolture femminili di questo periodo conservano gli elementi tipici del costume tradizionale: fibule (spille) sui nastri delle gonne, fibbiette per calze ageminate, pendenti di cintura con funzione di amuleti. Pettini e pochi vasi di tipo pannonico completano i doni funebri anche di minor prestigio.

5. Una comunità in evoluzione

L’attività militare degli uomini delle prime generazioni ha lasciato i segni sugli scudi ammaccati dai colpi di spada, ma soprattutto sui loro resti scheletrici: ferite e traumi cranici che ne hanno spesso causato la morte. Dal 640/650 alla fine del VII secolo, nessuna sepoltura femminile è più dotata di doni funebri o accessori dell’abito, mentre alcune tombe maschili hanno ancora corredi di pregio, ma l’armamento va progressivamente diminuendo e le analisi sui resti umani ci dicono che questi armati della seconda metà del VII secolo subirono più morti violente o traumi da scontri in battaglia. La successiva evoluzione sociale della comunità, rappresentata nell’ultima fase cimiteriale dell’VIII secolo, segna la completa trasformazione “da guerrieri a contadini”: il gruppo elitario stanziato con compiti prevalentemente militari ha perso col tempo il suo ruolo di controllo del territorio intorno alla sede del duca, si è impoverito ed è diventato una comunità di semplici agricoltori, come dimostrano le carenze alimentari e gli stress da lavori pesanti impressi nei resti scheletrici. Tuttavia la consapevolezza del loro passato e il senso di appartenenza alla comunità sono provati dal fatto stesso che le loro tombe rioccupano le fasce rimaste libere nelle parti centrali del cimitero: erano trascorsi più di 130 anni, ma abitavano ancora nello stesso villaggio e continuavano a utilizzare la necropoli dove erano sepolti i loro avi, dei quali mantenevano la memoria e i segnacoli delle tombe.

6. Il villaggio

L’abitato goto-longobardo è formato da diversi tipi di capanne, realizzate in pisè (impasto di argilla e paglia) e in legno, tra le quali si distinguono alcune con il fondo seminterrato del periodo longobardo. Il villaggio evolve successivamente con una lenta “migrazione” verso nord-ovest, lungo i due lati della strada della Varda, avvicinandosi progressivamente al bordo del terrazzo fluviale. La notevole continuità dimostrata da questo insediamento in aperta campagna copre anche i secoli dall’VIII all’XI-XII, periodi ancora ben poco noti archeologicamente per l’edilizia rurale. Nei secoli IX e X l’uso del legno diventa esclusivo; le dimensioni e le forme delle capanne suggeriscono funzioni diverse per abitazioni, steccati e ricoveri per animali, fienili o granai, fosse-silos per granaglie e locali artigianali, ad esempio destinati alla tessitura con tracce di impianto di telai. I numerosi focolari ricavati in profonde fosse, dove la cottura avveniva a fiamma viva o con le braci, sono diversi da quelli con piani di fuoco in pietra associati alle capanne di età gota e longobarda. Al periodo più recente appartiene un gruppo di costruzioni circolari/ellittiche con fondo a volte interrato e pareti del taglio rivestite in muratura di pietre e argilla; l’armatura è di pali e le pareti erano forse realizzate con un impasto di limo, argilla, ghiaia e paglia. Dalla metà dell’XI secolo compare nei documenti la vicina chiesa di S. Lorenzo; poi il nuovo borgo di Collegno, sorto come villa nova tra la fine del XII e il XIII secolo, determinò l’abbandono di altri piccoli insediamenti, come quello ritrovato presso S. Lorenzo.

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