L'intervista della domenica

Cesare Damiano: dobbiamo pensare a tutti per sconfiggere il virus


“Mi si è gelato il sangue quando ho scoperto di essermi ammalato di Covid. Sono una persona fragile perché ho 72 anni, e avevo sintomi tra cui la febbre alta. Ora che sono uscito dal tunnel, dico al governo: le strette sono indispensabili, ma nessun lavoratore deve restare senza tutele, invece colf e badanti sono dimenticati”.

Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro, ex segretario sindacale Fiom, del Pd, è tornato a casa da pochi giorni, dopo un lungo ricovero all’ospedale Spallanzani. Il suo appello è : “Chi può, stia a casa”.

Damiano, come stai?
“Sto bene, sto facendo la terapia di cortisone a scalare. Mi sono ammalato a inizio ottobre. Ero in Umbria. E sa quale è stata la prima difficoltà? Se ti ammali disgraziatamente fuori dal luogo in cui vivi, hai ancora più difficoltà a fare il tampone: i sistemi informatici della Regione Lazio e quelli della Regione Umbria non dialogano. Solo grazie all’intervento dei medici di base, l’ho spuntata sul tampone”.

Lì è cominciata la sua odissea.
“Quando ho saputo che ero positivo, mi si è gelato il sangue. Resti sospeso tra paura e incertezza. Il virus è inquietante e pericoloso. Ho informato tutti i miei collaboratori, uno solo dei quali è risultato positivo. Mentre si è contagiata la mia compagna. In quei 27 giorni, quindici dei quali ricoverato allo Spallanzani, che è una struttura eccellente, ho ripensato alle tante battaglie che ci sono da fare: ad esempio, per un welfare sanitario e previdenziale che sia davvero una infrastruttura sociale su cui si investe, invece negli anni sono stati fatti tagli indiscriminati alla sanità”.

Apprezza le scelte del governo per questa emergenza?

La crescita esponenziale dei contagi e dei decessi preoccupa. Se il dato dei contagi è in relazione al numero dei tamponi fatti, quello dei decessi è incontrovertibile. Come centro studi “Lavoro & Welfare” abbiamo osservato che nella prima settimana di ottobre i morti sono stati 25 al giorno, la settimana successiva 48, la terza settimana 105 e l’ultima 201. Raddoppiati progressivamente fino ai 300 decessi del 31 ottobre. Ora si è rallentato. Ma la parola d’ordine è fermare l’accelerazione della pandemia”.

A partire dalla sua esperienza personale, su cosa punterebbe? E cosa pensa del lockdown anagrafico suggerito dal governatore Toti?
“Bisogna usare freno (le misure di contenimento) e acceleratore (per l’economia). D’altra parte c’è chi guadagna economicamente da questa crisi (Amazon, Glovo, le aziende farmaceutiche o dei presidi sanitari) e chi perde (i ristoratori, i bar, le palestre, il mondo dello spettacolo). Il lockdown anagrafico è inconcepibile. A me, che ho 72 anni, vorrebbero imporre di stare a casa? Assurdo. Umanamente una sconfitta, anche solo pensarlo! Certo il mio appello è: chi può, stia a casa”.

Il premier Conte ha promesso: non lasceremo indietro nessuno. E’ così?
“Non è del tutto vero, perché ci sono categorie più deboli che fanno fatica ad essere rappresentate o sono del tutto dimenticate. Penso a colf e badanti e alle famiglie che sono i loro datori di lavoro”.

Lei ha detto: non sta in piedi la raccomandazione del governo di non fare entrare nel nucleo familiare persone non conviventi. E quindi, cosa propone?
“Ci sono 850 mila colf regolari e un milione in nero. Quelle con contratti regolari dovrebbero essere allora licenziate? O essere pagate lo stesso, non dando alcuna prestazione? Le facciamo venire lo stesso a casa pur essendoci rischio contagio? La risposta è che il governo deve estendere la cassa integrazione in deroga ai lavoratori domestici o erogare i bonus già dati a maggio e giugno. Ricordo che 180 mila famiglie hanno regolarizzato di recente colf e badanti. Bisogna davvero non lasciare indietro nessuno”.

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