Pippo Rizzo: “i nonni scendano in piazza per difendere i diritti dei nipoti”

Capisco che l’imprenditoria privata vada sostenuta e stimolata perché crea lavoro, ci mancherebbe, ma chi lavora è una persona,sono esseri umani, sono famiglie e non possono non essere considerate tali. L’imprenditore ha gli strumenti per aggirare la legge, il dipendente ha difficoltà ad individuare una politica e un sindacato che stia davvero dalla sua parte.

Negli ultimi anni il capitalismo è progredito creando un tal “sistema” difensivo che ha messo la nuova generazione di lavoratori in condizione a non poter più rivendicare, a non contare nulla. Anche la “politica”, ormai anch’essa contagiata da infiltrazione disgregative, la cui “sinistra” che era speranza per le classi meno abbienti e, per quei lavoratori convinti di essere rappresentati nel Parlamento della Repubblica, appena al Governo del Paese, ricattata e avvinghiata da un sistema economico determinato dai giochi d’interesse speculativi delle grandi multinazionali, non riesce più ad incidere sulle scelte logistiche del potere.  

 Il lavoratore assunto a termine deve rendere di più, offrire la massima disponibilità, non lamentarsi, scordarsi di tutti quei diritti, anche umani, che i loro padri e i loro nonni avevano conquistato con le lotte ed immani sacrifici, sin dal dopoguerra.   

E’ proprio il sistema che andrebbe cambiato, ed è ovvio che non lo possano fare i lavoratori “precari”, soggetti sotto tacito ricatto di non essere rinnovati e speranzosi di un futuro a tempo determinato. Un precariato che impedisce la nascita di nuove famiglie, che non consente la programmazione per il futuro delle nuove generazioni.

Ci sono aziende, anche nel nostro territorio, che per ottenere le “agevolazioni di legge”, assumono, da anni, soltanto più a tempo determinato. Scaduto il periodo, sotto un altro, ed ecco i posti di lavoro creati con il criterio del “meglio poco che niente”.  

Sin dalla metà degli anni ’90, anche grazie ai governi sostenuti dal “centrosinistra”, tutti gli enti pubblici, Comuni, ASL, ecc. possono operare ed offrire i servizi necessari alle città, i cui costi erano diventati insopportabili, senza assumere nuovo personale e, non solo, ma per mancanza di fondi, anche senza applicare il turn-over, quando qualcuno si sia ritirato dal lavoro. 

Ora, così come nel privato, questi enti si rivolgono ad “agenzie interinali” o “pseudo-cooperative” che si costituiscono di proposito per ogni obiettivo specifico, al fine di contenere i costi, le quali per ottenere l’appalto presentano preventivi in ribasso. Infatti, sia nel privato che nel pubblico, il carico finanziario maggiormente oneroso che viene considerato, è sempre quello del personale. 

I dipendenti di alcune di queste “cooperative”, regolarmente assunti per qualche ora al giorno, con contratto a termine, magari anche per qualche giorno, magari per uno o più mesi, rinnovabili, vengono pagati col minimo salariale, remunerazioni che dire da fame è poco. Purtroppo, per la speranza di garantirsi la riconferma al lavoro per i giorni successivi, quei lavoratori, non hanno la possibilità di lamentarsi. Un sistema che ricorda in modo chiaro i famosi “caporali” del sud, tanto criticati, ma continuano ad operare senza vergogna. 

La massa di precariato è stata voluta per poter vantare che c’è più gente che lavora: tutte balle! C’è soltanto più insicurezza e sottomissione dei lavoratori. E’ stato scippato non solo il futuro alle giovani generazioni, ma la loro dignità. 

Ai disagi creati tra precariato e disoccupazione, non v’è dubbio che abbiano contribuito tutti i Governi che si sono succeduti. Questo malcontento generalizzato ha fatto da eco di risonanza su tutto l’elettorato del Paese. La causa delle ultime sconfitte dei partiti di “centrosinistra” non sono soltanto da attribuire alle arroganti promesse fatte dai precedenti governanti. 

Ciò che continua a preoccupare sono le locuzioni dei politici convinti di rappresentare i lavoratori, ma continuano a difendere le scelte preelettorali e, che non possono essere comprese dagli elettori del ceto debole della società, invece di ammettere che sono proprio quei partiti a non aver capito le esigenze dell’elettorato.

Ma c’è di peggio: “il lavoro a chiamata”. Lavoro che era stato creato, prevalentemente per ragioni turistiche; ovvero per quegli eventi straordinari che richiedono la presenza di personale in un particolare momento, come nei ristoranti durante feste di matrimoni o altri eventi straordinari. Oppure durante il periodo vacanziero. Non è così: per le cosiddette agenzie del lavoro e alcuni imprenditori, questo umiliante sistema che non conosce diritti, è ormai la norma in molte aziende ed in particolare nella grande distribuzione. 

Le grandi multinazionali, ad esempio, come quelle che producono surgelati, oltre al prodotto che vende alla grande distribuzione, offre il personale per gestire i frigoriferi per rifornirli in modo continuativo. Beh, pazienza, “meglio poco che niente”: questa è ormai la strategia speculativa, praticata dalle cooperative e tollerata dalla politica. 

Le “assunzioni a chiamata” vengono fatte tramite “più” agenzie interinali per far lavorare qualche ora in più lo stesso dipendente, nella stessa giornata. Questo tipo di sfruttamento è ancora peggio: le chiamate vengono usate per lo svolgimento di lavori più gravosi, in orari particolari, ma ripeto, a forte rischio per la salute e “senza diritti”.  Un esempio: inizio lavoro ore 6; dalle ore 6 alle 8,30, con gli impianti condizionatori dell’aria spenti, quindi, col sudore che cola nella pelle, svolgono operazioni di ricarico degli scaffali di vendita per prodotti che non necessitano di congelamento; dalle ore 8,30 in poi, nei frigoriferi a meno 20 gradi.  

Un trattamento umiliante che non consente autonomia economica, né futuro per questi lavoratori. Chi ha il posto fisso se lo tiene ben stretto, gli interessati, invece, o accettano senza condizioni, oppure vanno a rimpolpare le file di disoccupati in attesa d’essere chiamati da qualche agenzia interinale o pseudo-cooperativa, un giro vizioso legalizzato. Ci sono persone che lavorano da oltre dieci anni con questo vergognoso sistema che non dà diritti, neanche quelli sanitari. Ma il sindacato dov’è???

Per mutare le coscienze di tutto ciò, è necessaria la convinzione politica e culturale di tutte le categorie di lavoratori, poiché anche chi ha il posto fisso con figli e nipoti rischia di cadere in questo vortice di disperazione che soffoca la serenità delle famiglie.   

Ciò che non dovrebbe più stupire, sono le stesse cooperative, magari rappresentate in Parlamento, che chiedano al Governo, passando da eroiche azioni filantropiche, l’applicazione, per legge, dell’aumento del minimo salariale che attualmente è tristemente da fame. Ma, a questi signori, che venga aumentato il salario ai loro sfruttati, non gl’importa nulla, lo farebbero comunque pagare al proprio committente che richiede la prestazione. 

Per agevolare le assunzioni, sostanzialmente, una delle nuove e redditizie attività commerciali particolarmente vantaggiose che operano nel territorio è, infatti, “la vendita di mano d’opera”, che poi si chiami cooperativa o agenzia interinale, sempre vendita di persone a ore si tratta. Un ruolo, importante, che dovrebbe appartenere allo Stato e, che non dovrebbe essere delegato ai privati per la loro predisposizione a specularci sopra, rischiando così di trasformare una legittima normativa in una sorta di attività, neo schiavista. 

Capisco che senza le cooperative o agenzie interinali, oggi molti lavoratori sarebbero a casa e privi anche della bassa retribuzione percepita, ma il debito di riconoscenza, non significa tacere e assecondare certe logiche, parlarne credo sia anche di aiuto per promuovere una discussione, specie nel mondo cooperativo e, far riflettere sul nobile scopo di “lavorare insieme” per il quale le stesse nacquero a suo tempo, insomma guardare meno ai fatturati e più al destinatario delle prestazioni e al socio o lavoratore che non può che far parte dei più disperati della società, senza i quali, questo “grande sistema” di sfruttamento malvagio non esisterebbe. 

Le lotte del dopo guerra fino agli anni ’70/80, sono state ingoiate da questo “sistema” vergognoso, dove la persona, non è più al centro dell’universo, ma non ha più alcun valore. 

Devono mobilitarsi tutti i lavoratori, pensionati e commercianti compresi, poiché tutti pagheranno, prima o poi il prezzo di questo sistema ignobile che soffoca la speranza.

Vorrei tanto radunare i “nonni”, vecchi pensionati come me, padri di quella dignità ormai strappata ai nostri figli e, soprattutto ai nipoti, per attirare l’attenzione di chi sostiene di rappresentare ancora gli ultimi.

Spererei che quel po’ che rimane della sinistra che al momento mi vede ancora nelle sue file, nel rinnovarsi, si ravveda e possa dare una scossa vitale all’agognante crisi politica. Ma, ahimè, si continua a difendere le scelte che ci hanno mandato al lastrico. Si continua ad affermare che i giovani non vogliono più il posto fisso, dopo un po’ si annoiano e vogliono cambiare. FALSO E IGNOBILE in un mondo senza lavoro!!!!

Pippo Giuseppe Rizzo

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Un pensiero riguardo “Pippo Rizzo: “i nonni scendano in piazza per difendere i diritti dei nipoti”

  • Febbraio 3, 2020 in 1:30 pm
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    Carissimo Rizzo, è esattamente ciò che da tempo sostengo, la speculazione e lo sfruttamento dell’ essere umano a favore del potere e del denaro.
    I nostri giovani che scappano all’ estero mentre chi non può, non riesce o tenta di resistere nella nostra Penisola, non ha futuro.
    Questa è la Milano bere e poi la globalizzazione mondiale.
    Purtroppo e colpevolmente, molti di coloro che avevano l’obbligo e la responsabilità non hanno saputo, o voluto, capire e gestire.
    Ma del resto, lo dico da tempo, se si nasce – pippa- puoi anche assumere ruoli di importanza vitale per il Paese ma sempre una – pippa- rimani.
    Mi chiedo, ringraziandoti per quanto scrivi, ma chi ha la responsabilità di questa sciagura sociale dove sta’?
    Rispondo da me, purtroppo molti continuano a stare allo stesso posto, come se nulla fosse accaduto e continuasse ad accadere…

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