Musica e spettacolo

DIO, LA FOLLIA E il DUO GIOVANARDI\SCANZI IN UN CHIOSTRO DI PIETRE E PAROLE

La musica Rock e la follia sono da sempre due elementi legati a doppio filo. I musicisti in generale – e coloro appartenenti a questo genere in particolare – attraverso eccessi e genialità creativa, hanno spesso definito la pazzia non come una malattia, ma come una forma di libertà o come l’unica reazione possibile a una società giudicata “normalmente” folle. In effetti, un po’ di – perdonatemi l’ossimoro – ‘sana follia’ tende a renderci i nostri eroi musicali un po’ più ‘prossimi’ a noi, più familiari, più umani, se vogliamo. Questo proprio perché ognuno di noi comuni mortali, nelle nostre esistenze, ha dovuto affrontare qualche momento di folle: e a volte, ammettiamolo, anche più di qualcuno.

Sostanzialmente, è da questo assunto che – nella preziosa e suggestiva cornice del chiostro della Certosa di Collegno – Mauro Ermanno Giovanardi e Andrea Scanzi hanno portato in anteprima uno spettacolo per musica e racconti, tutto incentrato su musica e storie di follia. Un luogo nel quale anche i muri sono da tempo intrisi dei sussurri, dei dolenti sospiri e delle afflitte solitudini di chi per decenni vi è stato rinchiuso, e spesso abbandonato, una location che da anni mette in quadro una realtà che per secoli è stata relegata ai margini, zittita, nascosta; Il Fòl Fest è quello che succede quando una città decide di smettere di fingere che la follia stia sempre dall’altra parte del vetro.

E in effetti, quel luogo non convenzionale, fatto di idee e di volontà di rinascita, non celebra la follia; celebra il fatto che nessuno è davvero normale. È un festival costruito sulle macerie di una definizione. Un posto dove la memoria perde i pezzi, l’identità si sgrana come una vecchia cassetta e la cultura, per una volta, non serve a sembrare intelligenti ma a sentirsi meno soli.
E proprio su questo corollario Scanzi e Giovanardi, da veri esperti di musica e parole, hanno cesellato il loro racconto. D’altra parte, l’intenzione poetica dell’ultimo stupendo lavoro di Giovanardi – al secolo Giò, così come lo chiamano gli amici, e in genere tutti i suoi fan – “E poi scegliere con cura le parole” è stata da lui stesso definita nell’idea che «le parole non sono mai innocenti» e che, in un tempo dominato dalla velocità, scegliere le parole diventa un gesto quasi morale. Storicamente, la follia è stata spesso prodotta anche dal linguaggio. Prima ancora delle diagnosi, arrivavano le parole: matto, pazzo, squilibrato, diverso, inadatto. Le parole costruivano il recinto. La diagnosi veniva dopo. Per questo il titolo del disco di Giovanardi potrebbe essere letto quasi come un manifesto politico della salute mentale: scegliere con cura le parole significa scegliere con cura i confini tra chi includiamo e chi escludiamo.

In questa estetica del pensiero musicale del sapiente folle Giò, si fonde il tema stesso dello spettacolo costruito a quattro mani con Andrea Scanzi. Al quale è toccato il gratissimo – anche se non semplice – compito di intervallare agli stupendi pezzi cantati da Giò ( che con Eugene e Chiara Castello, gli si affiancano per dare vita ad una “formazione anch’essa aliena” ispirata alla synth-wave e alle prime esperienze elettroniche britanniche degli anni ’80) e ‘pescati’ per la maggior parte dall’ultimo album. Un compito che Scanzi ha svolto in maniera sapientemente scolastica, con molto mestiere e corpose ‘palate’ di conoscenza dialettica, districandosi tra citazioni delle storie del cantautorato maggiore italiano – da Fossati a De Andrè, passando per Piero Ciampi e arrivando a CSI, Litfiba, e Gaber – e narrazioni dei più famosi rocker internazionali, in un piacevole saltellare che andava da Bowie a Layne Staley, da Brian Wilson a Syd Barrett. Narrazioni davvero capaci di mantenere alta l’attenzione di chi, curioso, si è presentato per ascoltare quali sarebbero stati gli artisti prescelti (che, come diceva lo stesso Scanzi, in questo ambito c’è davvero solo l’imbarazzo della scelta). Racconti ben parlati, a cui forse – se proprio fossimo costretti a trovare un piccolo difetto – mancava un pizzico di ‘coraggio’ in più, magari nell’andare a ricercare storie anche più ai margini, leggermente meno conosciute: come quella di Nick Drake, forse, oppure quella di Daniel Johnston, o ancora quelle di Tim Buckley o Janis Joplin oppure, ancora, quelle di Elliott Smith o Jackson C. Frank. Qualche storia, insomma, che potesse risuonare un po’ meno attesa – come lo è stata di certo quella certamente adeguata al contesto dei Pink Floyd che registrano Wish you were here, e di Syd Barrett che appare all’improvviso, tanto per citarne una. Ma in fondo, l’ex manicomio di Collegno è un monumento alle parole sbagliate. Per decenni persone diversissime sono state rinchiuse sotto un’unica etichetta. Il Fòl Fest è fatto appositamente per smongare proprio quel meccanismo. E sia Giovanardi, con questo suo ultimo album, sia Scanzi, con i suoi ‘saltelli narrativi’, sono sembrati muoversi nella stessa direzione: rallentare il linguaggio per restituire complessità alle persone.

Esperimento riuscito, dunque? Certamente sì.
Perché la follia, soprattutto nella sua rappresentazione artistica, non è quasi mai assenza di senso. Spesso è un eccesso di senso: il momento in cui il linguaggio comune non basta più a contenere ciò che una persona sente, prova, urla dentro. E allora il silenzio diventa una forma di eloquenza, e la “pazzia” una risposta fin troppo coerente a un mondo che di coerenza ne offre poca.
Da questo punto di vista, lo spettacolo andato in scena tra le pietre cariche di storia del chiostro della Certosa – che ha incastonato alla perfezione al suo interno “E poi scegliere con cura le parole” – suona come il tentativo opposto e, insieme, complementare: non urlare oltre il linguaggio, ma trovare parole abbastanza precise da non tradire l’esperienza umana. Parole che non recintino, che non escludano, che non diagnostichino. Parole che, semmai, restituiscano.
In fondo, Giovanardi e Scanzi – ciascuno con i propri strumenti, la voce e la penna, la musica e il racconto – hanno fatto esattamente questo: hanno scelto le parole con cura. E in un festival costruito sulle macerie di un’etichetta sbagliata, in un luogo che per decenni ha conosciuto solo il peso di quelle sbagliate, non è poco. Non è affatto poco.

Articolo: Stefano Carsen

Foto: Elisabetta Canavero 

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *