Musica e spettacolo

Fulminacci (e Labadessa) al Flowers: la malinconia che non chiede permesso

Partirei da una premessa: doverosa, mai abbastanza sufficiente – soprattutto in tempi come questi – ma necessaria per un contesto come quello torinese, nel quale ormai ogni festival o evento musicale estivo è scomparso, vilipeso e ammutolito per non si sa bene quali ragioni strategiche, culturali e politiche.
E la premessa, urgente e ineluttabile, è che il Flowers Festival è vivo, che la sua undicesima edizione è iniziata ieri, e che lo ha fatto davanti ad una vera marea di giovanissime ragazze e ragazzi – la qual cosa farebbe già solo notizia di per se stessa, se proprio volessimo ascoltare le sirene giornalistiche contemporanee che vedono queste generazioni solo attratte da social e dispositivi elettronici – ma, sostanzialmente, lo ha fatto davanti ad una venue sull’orlo del sold out, in una serata calda, caldissima, e non solo per la temperatura atmosferica da duna sahariana.

Qualsiasi sia la vostra predilezione musicale, credo che inizio migliore non si potesse avere per un Festival collegnese, periferico cittadinescamente parlando ma centralissimo per spazi, organizzazione, visione politica (qui sì davvero vicina alla voglia di musica live ben organizzata) per qualità degli artisti ingaggiati e – dato non trascurabile – previsione di presenze (ad oggi, si contano già diversi sold-out di date, ndr), visto che in scena è salito un giovane artista come Fulminacci – al secolo Filippo Uttinacci – arrivato al suo quarto album solista, e a due partecipazioni sanremesi, a dispetto della sua ancora verdissima età (29 anni a Settembre), alla faccia anche del consueto vecchio adagio che vede spesso le nuove leve relegate a spettatrici esterne rispetto al contesto dei ‘grandi’.

A introdurlo in scena c’è però prima stata l’ironica capacità di disegnare il presente, e la propria esperienza di vita, di Labadessa, che lontano dai palchi (e dalle ‘matite’) di nome fa Mattia. Labadessa appartiene a quella rarissima categoria di autori che riescono a cambiare mezzo senza cambiare voce. Prima ha disegnato una generazione intera attraverso l’Uomo Uccello, trasformando ansia, fallimenti sentimentali e goffi tentativi di felicità in un lessico condiviso; poi ha preso quella stessa voce e l’ha fatta cantare. Le sue canzoni non cercano il colpo di scena, ma l’epifania nascosta dentro le piccole sconfitte quotidiane: una malinconia che arriva sempre con il sorriso di chi sa che il ridicolo è la forma più sincera della tenerezza. C’è un’ironia che non serve a schermarsi dal dolore, ma a guardarlo negli occhi senza concedergli l’ultima parola. È la stessa alchimia che ha reso i suoi fumetti così riconoscibili: poche linee, poche parole, nessun eroismo e una precisione quasi crudele nel raccontare l’ordinaria fatica di essere vivi. In un panorama dove molti cercano di sembrare eccezionali, Labadessa rende memorabile la normalità. Normalità che non disdegna mai la risata sorniona e surreale, e che – tra una canzone e l’altra – ha portato anche ieri sera sul palco, nei suoi interventi parlati mentre sfruttava “la fama di Fulminacci per rubargli un po’ di quel nutrito pubblico a cui non sono assolutamente abituato!”.
Introduzione ben più che riuscita, a sentire le risate del pubblico – attentissimo ad ascoltarlo fronte palco – e in grado di seguirlo cantando insieme a lui in alcuni pezzi del repertorio.

Il tempo di una birra rossa (tra l’altro, ottima la scelta di quest’anno di proporre la Raffo rossa, ndr) e di due chiacchiere con amici che non si incontrava da un po’, e di nuovo tutti ad aspettare il ‘main event’ della serata. Attesa un po’ prolungata – il concerto è iniziato con un ritardo di una ventina di minuti – ma evidentemente non disinnescante, visto il livello di entusiasmo subito riacceso dalle note di “Forte la banda”, primissimo brano di una scaletta piuttosto nutrita – 25 pezzi, encore inclusi – e praticamente tutta ricantata ‘ensemble’ dalla maggior parte dei felicissimi spettatori: pubblico che è davvero lì tutto per lui, per quella musica che associa testi malinconicamente emotivi, dal sapore neoromantico, ad una musica ben suonata e calibrata . Ad essere sinceri, questo ‘attempato cronista’ non è riuscito a capire se questo stile gli sia del tutto piaciuto: per certi versi, il ritmo di buona parte della sua produzione risulta spesso un po’ troppo monocorde, lasciando fondamentalmente repressa la voglia di sentire uno scarto, o un aumento di ritmo. L’impressione che si è avuta, da questa parte del palco, a tratti è risultata quella di assistere alla performance di uno di quei ragazzotti scolasticamente impostati e inspiegabilmente volenterosi che di giorno ti ritrovi a suonare ai campanelli, vestiti con un completo gessato di modesta fattura e con la classica cravatta in stile regimental caratterizzata da uno sfondo blu attraversato da righe sottili verdi, arancioni e blu, che connota tutti gli assistenti acquisitori di quella famosa catena immobiliare (che qui non citerò), e che alla sera corrono alle prove della propria band musicale senza nemmeno essere riusciti a cambiarsi, per via di quegli orari prolungati che tocca fare, in posti come quello, quando stai facendo la gavetta.
Eppure, e qui sta tutta la contraddizione generosa di una serata come quella di ieri, proprio quando stai per convincerti che questa musica sia troppo quieta per scuoterti davvero, arriva qualcosa che ti spiazza. Sarà che Fulminacci sa costruire un’architettura emotiva con la stessa pazienza di chi incolla i francobolli nell’album, sarà che certe canzoni – IndispensabileSan Giovanni, la bellissima e nervosa Borghese in borghese – hanno quella qualità rara di sembrare scritte per te e per nessun altro simultaneamente, fatto sta che il cronista in questione si è ritrovato, tra L’avventura e Tutto bene, a canticchiare sottovoce. Il che, per uno che di solito al concerto sta con le braccia conserte e l’aria da chi sta valutando un investimento immobiliare a lungo termine, è già una piccola rivoluzione copernicana.

Lester Bangs – e ben più modestamente io con lui – avrebbe forse detto che la vera musica rock ti deve sfasciare qualcosa dentro, ti deve lasciare sul marciapiede con le scarpe rotte e una sigaretta spenta tra le dita. Fulminacci non fa niente di tutto questo. Ma sa fare qualcosa di altrettanto difficile, e forse più subdolo: ti convince lentamente, canzone dopo canzone – Una seraMeno di zero, l’irresistibile Aglio e olio con tutta la sua surreale quotidianità – che il mondo è gestibile, che l’ordinario è degno di racconto, che la malinconia non è una condizione terminale ma una prospettiva estetica perfettamente praticabile. E lo fa senza mai alzare la voce più del necessario, con una band precisa e funzionale come un orologio svizzero tarato su frequenze sentimentali.
Il pubblico, nel frattempo, non ha smesso un secondo di rispondere. Nulla di stupefacente ha fatto quello che il titolo non prometteva, ovvero stupefare una platea che la sapeva a memoria. Maledetto me e Casomai hanno trasformato il Flowers in qualcosa che somigliava pericolosamente a un karaoke collettivo di alta qualità. Tattica ha fatto ballare anche quelli che fino a un attimo prima stavano controllando il telefono, magari nervosamente pensando ai bus che non sarebbero più passati. Baciami Baciami ha fatto scattare più di una coppia a cercarsi con gli occhi nel buio, e questo vale quanto qualsiasi critica musicale.
Poi, ovviamente, l’encore. Perché non c’è concerto senza il rituale dell’encore, quella finzione collettiva che tutti fingono di non conoscere e che tutti aspettano con la stessa ansia di chi sa già com’è il film ma ci va lo stesso perché il cinema è bello e stare insieme è bello e la vita, nonostante tutto, ha i suoi momenti di grazia irripetibile. Santa Marinella ha aperto il sipario finale con quella leggerezza malinconica che è la cifra più riuscita di tutto il catalogo di Uttinacci, e Stupida sfortuna ha chiuso i conti con il tono giusto: un sorriso storto, due accordi che rimangono in testa, e la consapevolezza – lieve, quasi imbarazzante – di essersi divertiti più di quanto si fosse disposti ad ammettere.

Il Flowers Festival ha undici anni e l’entusiasmo di chi ne ha diciotto. Collegno è periferia solo sulla mappa. La musica live, quella vera, quella sudata, quella cantata insieme fino a perdere la voce, è ancora qui. E finché è qui, tutto il resto è rumore di fondo.

Articolo: Stefano Carsen

Foto: Maurizio Lesto De Angelis

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