Uguale lavoro uguale salario: è l’unico modo per superare le differenze di colore

Aboubakar Soumahoro il sindacalista italo-ivoriano da anni impegnato nella lotta per i diritti dei braccianti e dallo scorso 11 febbraio in marcia con “Il cammino dei bisogni”, lo ha raccontato domenica scorsa nello studio vuoto di Fabio Fazio.

Aboubakar ha 38 anni, nato in una grande famiglia allargata, “dove alcuni hanno la carta d’identità italiana e altri quella ivoriana”, è diventato una star dei social, venendo invocato da molti come «il leader che al Partito Democratico manca». «Ma il mio impegno è di politica sindacale», si schermisce lui. «Io ho già il mio partito ed è quello dei braccianti, gli schiavi delle campagne, donne e uomini di qualsiasi provenienza. Lavoriamo per dare dignità a tutti i lavoratori, indipendentemente dalla loro nazionalità».

Riproduciamo di seguito una sua recente intervista.

Com’è iniziato l’impegno sindacale?

«Sono diventato attivista dopo essere stato sfruttato. Ho studiato per capire la ragione alla base di questo fenomeno».

Si è laureato in sociologia.

«Sì, all’università Federico II di Napoli ».

Prima, anche lei lavorava come bracciante?

«Mi sono trovato a lavorare nelle campagne, andavo nelle piazze ad aspettare il padrone di turno. Questo è stato il mio inizio. Mi fermavo ai semafori e aspettavo. Un giorno ero in campagna, un giorno scaricavo camion, un giorno facevo il muratore. Così, dall’alba al tramonto. La pacchia non è mai esistita per me e per tanti altri».

Cosa vuol dire fare il sindacalista?

“Se “sindacalista” sembra una parola moscia o non troppo elegante, non so che farci. Giro l’Italia come una trottola per ricordare a gente che di notte dorme nelle baracche e di giorno raccoglie mele oppure pomodori che la schiavitù è stata abolita, il caporalato dovrebbe stare nei libri di Storia, il sistema dell’apartheid – sperimentato per la prima volta nelle colonie fasciste italiane negli anni trenta – è stato abbattuto in Sudafrica qualche decennio fa. Domani vado a Saluzzo lì ci sono 200 braccianti che dormono praticamente per strada. Fanno la raccolta delle mele, che è gestita direttamente dalle aziende oppure dalle agenzie di collocamento. Vado, sto con loro, ascolto. Devo capire quali sono i bisogni, se c’è il rispetto degli orari di lavoro, se vengono pagate le giornate effettivamente lavorate oppure no. La cosa che chiedo sempre è indicare con una matita le giornate, le ore, anche con un segno, se non sai scrivere. Alla ne facciamo la somma e vediamo se coincide con il contratto».

Che cosa dici ai lavoratori?

 «Noi diciamo uguale lavoro uguale salario, perché a Saluzzo i lavoratori vengono soprattutto dall’Africa, la loro è la medesima condizione dei lavoratori italiani, ma a livello retributivo prendono meno e questo lo sanno anche al ministero del Lavoro. Perché non sono regolari».

Cosa pensi dei messaggi di odio che anche tu hai ricevuto?

 «Il punto, però, non sono quelle persone, prese singolarmente, il punto è chi ha elaborato quel pensiero. Il razzismo è un’ideologia che è stata pensata e fatta calare nel tessuto sociale. L’Italia non ha mai fatto i conti con la sua colonizzazione. Ora si è costruita questa dimensione del migrante: se sei un italiano povero la colpa è dei migranti. Ma torna indietro agli anni ’60 nel triangolo industriale del Nord: quei migranti erano i terroni. Ricordo Giuseppe Di Vittorio, il padre del sindacalismo italiano, che è stato un bracciante, come Soumaila e come tanti altri ragazzi africani oggi. Alla fine noi diciamo una cosa semplice: prima gli sfruttati. Quindi: i braccianti, i rider, le lavoratrici domestiche, le donne che continuano a subire forme di sessismo e anche i disoccupati. E diciamo anche: prima di essere tutto questo, siamo persone. È il messaggio che noi proviamo a portare avanti: bisogna rompere quella specie di vestito cucito addosso a ognuno, per cui il migrante e il profugo diventano una non-persona.”

E come si fa? Se ti dico Balotelli, cosa ti viene in mente?

“Dico che ci sono tante persone, e dobbiamo evitare di creare dei simboli. La composizione fisica della società italiana è oggi molto più avanti rispetto alle leggi, che sono norme arcaiche, fatte da chi ritiene che oggi vedere un autista di pullman o un capitano della nazionale con la pelle scura sia qualcosa di straordinario. A tutti capita di mangiare kebab, cous cous o sushi, però, se parli di diritti sociali, allora si tira il freno a mano. È chiaro che non dobbiamo guardare il dito: io difendo i lavoratori non in quanto migranti, ma in quanto braccianti e lavoratori tout court. Non per il loro colore di pelle, ma perché sono sfruttati.

Insisto: com’è sedersi al tavolo di una trattativa sindacale oggi in Italia e avere la pelle nera come la tua?

“Nessun complesso. È la consapevolezza di cui parlava Cheikh Anta Diop, se non hai quella ti divorano. Il padrone avrà i suoi pregiudizi, ma può darsi che mangi kebab e cous cous anche lui. Io ho la mia consapevolezza. Diop è lo storico senegalese che negli anni ’50 dimostrò che gli antichi egizi che si studiano a scuola erano neri e africani…. Ripeto. In Italia non abbiamo fatto il conto con quella che è stata la colonizzazione. Mai. Non è stata una gita, né una crociera. Era un’ideologia: la superiorità della razza. Quindi attenti alle parole: se io dico sindacalista nero vuol dire: sarà pure attivista sindacale, ma sempre nero è. Bisogna chiamare le cose col loro nome: sfruttamento, schiavitù”

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