La sostenibilità finanziaria del nostro sistema pensionistico

di Alberto Brambilla.

Nei prossimi anni la sostenibilità finanziaria del nostro sistema pensionistico dipenderà molto dal rapporto attivi-pensionati, mentre quella sociale da quanto si svilupperà la previdenza complementare: ecco alcune delle strade da intraprendere per migliorare la stabilità della previdenza italiana, stimolando al contempo il mercato del lavoro.

Spesso leggiamo previsioni allarmanti sulla sostenibilità finanziaria a causa di un possibile deterioramento del rapporto tra chi lavora e chi è in pensione. E gli allarmi delle istituzioni internazionali sono spesso basati, è fondamentale segnalarlo, su dati forniti dalle nostre istituzioni. A fine 2019 avevamo 1,46 lavoratori attivi per ogni pensionato: è stato il dato migliore degli ultimi 23 anni e in crescita costante, merito quasi esclusivo delle riforme delle pensioni dal 1992 al 2011, visto che poco si è fatto per le politiche attive del lavoro e per la formazione. Se non ci fosse stata la pandemia da COVID-19 probabilmente nel giro di tre anni avremmo raggiunto l’1,5, non un dato stellare ma sicuramente molto confortante. 

In particolare, i pensionati nel 2019 sono aumentati di 30.662 rispetto ai 16.004.503 del 2018, anche se meno di quanto ci si aspettasse per l’entrata in vigore di Quota 100, interrompendo così la riduzione che durava dal 2008: segno che il numero delle cancellazioni delle pensioni in pagamento da molti anni (spesso oltre 35) è stato elevato. Gli occupati aumentano anche nel 2019 raggiungendo quota 23.376.000 (erano circa 70mila in più nel luglio dello stesso anno), con il tasso di occupazione totale al 59,2%, e 136mila unità in più rispetto al 2018. A fine 2019 il tasso di occupazione totale è stato pari al 59,1% con un aumento dell’1,02% rispetto all’anno precedente, quello femminile al 50,1% (49,6% nel 2018) e quello degli over 50, in virtù delle riforme delle pensioni, al 61%: i migliori di sempre.

Le ultime stime a seguito della pandemia vedono il valore del rapporto scendere a 1,41 nel 2020 per risalire quest’anno all’1,437 e raggiungere nel 2022/23 il valore del 2019. Ma perché questo accada occorre mettere in atto una serie di iniziative sia sul lato delle pensioni (nuovi requisiti e nuovi strumenti) sia su quello dell’occupazione. A fine anno scade Quota 100 ma restano in vigore le norme di anticipo pensionistico, quelle per i lavori “gravosi” (APE sociale), per i precoci (quanti hanno iniziato a lavorare prima di compiere i 19 anni), la pensione anticipata con 42 anni e 10 mesi per i maschi e un anno in meno per le donne e probabilmente opzione donna. Tutte opzioni introdotte per correggere le imperfezioni della legge Fornero tant’è che a fine 2020, in 9 anni, gli “scampati” alle regole Monti-Fornero – grazie alle altrettante sanatorie (le prime 2 fatte dalla Fornero) e a tutti gli anticipi offerti dagli ultimi 7 governi – sono stati più di 750mila e supereranno gli 820.00 a fine 2021. Inoltre, c’è il tema della cosiddetta “decontribuzione”, cioè degli sgravi e delle agevolazioni che consentono di versare all’INPS meno contributi di quanto prevede la normativa ordinaria: tra il 2015 e il 2019 le decontribuzioni sono costate quasi 20 miliardi.

Se si vuole garantire la sostenibilità del sistema pensionistico anche per le giovani generazioni, la prima azione da fare è limitare al massimo sia le anticipazioni sia le decontribuzioni. In particolare, Quota 100 potrà essere sostituita da una flessibilità in uscita tra i 64 anni (adeguati alla aspettativa di vita) con almeno 38 anni di contribuzione di cui al massimo tre di figurativa, e i 67 anni e 3 mesi della vecchiaia. Ma attenzione, queste regole devono valere per tutti, anche per i contributivi puri molto penalizzati dalle riforme.

La seconda azione da fare è sostituire tutte le anticipazioni citate (salvo per i casi di lunga disoccupazione) con tre strumenti: 1) i fondi esubero, che sono già operativi per le banche e assicurazioni e sono a costo zero per lo Stato. 2) I “contratti di espansione”, che prevedono una forma di ricambio generazionale, con l’assunzione di un giovane ogni tot numero di prepensionati, con oneri totalmente a carico delle imprese oltre i 250 dipendenti. Per entrambe le forme i requisiti sono 5 anni di anticipo rispetto ai 42 anni e 10 mesi (1 anno in meno per le donne), quindi anzianità di 37 e 10 mesi (36 e 10 mesi), o rispetto ai 67 anni di vecchiaia. E, infine, 3) “l’isopensione”, che consente un anticipo fino a un massimo di 4 anni – 7 fino al 2023 –  con costi e contributi figurativi interamente a carico delle aziende con più di 15 dipendenti.

Così facendo l’Italia riuscirà a raggiungere l’età effettiva media di pensionamento in Europa portando quella attuale da meno di 63 a poco più di 65 anni. E, soprattutto, si ridurrà di molto l’incremento del numero dei pensionati, che potrebbero rivedere quota 16 milioni nel 2025/26. Queste azioni sono fondamentali se si considera che nei prossimi 15 anni andranno in pensione i baby boomers nati tra il 1960 e il 1977, che sono tra gli 800 e il milione di attuali residenti per ciascun anno di nascita e che verranno rimpiazzati da coorti molto meno numerose (quelli nati dal 1946 al 1959 sono quasi tutti in pensione). Va poi precisato che a parziale compenso del pensionamento dei baby boomers nei prossimi anni verranno cancellate circa 1,2 milioni di pensioni che sono in pagamento da 35 anni e più, il frutto di baby pensioni, prepensionamenti e altre agevolazioni; un altro milione di pensioni sono in pagamento da 30 a 35 anni. Per incrementare invece il numero di occupati che, secondo le stime Itinerari Previdenziali, potrebbero raggiungere i 23.400.000 a fine 2023, occorrerà rafforzare le scuole professionali che potrebbero generare oltre 200mila occupati l’anno, ridurre a valori minimi l’assistenza e le erogazioni del reddito di cittadinanza ed eliminare il reddito di emergenza, sostituendo queste prestazioni in denaro con servizi sociali finalizzati all’avviamento al lavoro. Va infatti considerato che le persone in età da lavoro tra i 20 e i 66 anni sono in Italia 35,3 milioni, ma quelli che lavorano sono solo meno di 23 milioni. 

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