Musica e spettacolo

Una sera al Flowers, tra i Subsonica, Torino, e il mare.

“Un vecchio adagio che spesso si ripropone, e con declinazioni fatte su città o luoghi anche non sabaudi, vede Torino essere considerata come luogo ‘del cuore’ che potrebbe raggiungere la perfezione se solo avesse anche il mare a portata di mano. Da Torinese di seconda generazione – situazione anche questa molto frequente tra i miei coscritti, e tra i quasi coetanei più o meno ‘datati’ rispetto al sottoscritto – che devono la propria torinesità alla migrazione dei propri genitori da luoghi del nostro amato stivale collocati più a sud, questa affermazione assume un fondo anche più ampio di verità che, nonostante tutto, può solo impreziosire un amore comunque ineluttabile e incontrastabile. Ma ci sono occasioni – reali, appassionate, fatte di puro ossigeno esistenziale – in cui un mare, seppur più metaforico e iperbolica, si palesa anche qui, in questa terra di persone riservate ma cortesi, gente che se deve scegliere una collocazione rispetto ad un contesto preferisce quasi sempre i confini della non invadenza, della insipienza consapevole e selettiva, dell’alterità prestata alla non-ingerenza (scevra però di totale menefreghismo).

E un mare, ieri sera in quel di Collegno, c’è stato: una marea festosa e canterina, che ha esondato docilmente e con allegria i confini del Flowers 2026 con la sua risacca per lo più taurinense, al ritmo di ‘su le mani’ e di ‘salta!’, in una atmosfera umana che non parlava solo con la propria voce (effettiva o strumentale che fosse) e che – di rimando – non ascoltava solo con le proprie orecchie. Ripensando ‘quasi’ (avverbio obbligato nelle questioni ‘subsoniche’) a mente fredda quanto vissuto ieri sera nei cancelli della venue collegnese, mi è sovvenuta quasi subito una corrispondenza diretta con una frase che ho letto pochi giorni fa, scritta da Khalil Gibran, che recitava più o meno così: “La musica è la lingua dello spirito. La sua segreta corrente vibra tra il cuore di colui che canta e l’anima di colui che ascolta.” E più ci penso, più sono convinto che questa frase colga in pieno l’essenza del legame intimo, particolare e realmente concreto esistente tra i Subsonica, Torino e tutta la loro conterranea fan base. Perché quella connessione particolarissima, quella comunità che in trent’anni si è allargata, fortificata, resa saldissima, non può essere giustificata solo dal gusto musicale: è una connessione che si basa concretamente su un elemento più ineffabile, molto più trascendente e quantomai mirabile di quel che si potrebbe a prima vista pensare. I Subsonici, nel senso pieno di comunità e di moltitudine di persone, sono ancora qui con la medesima voglia di fare festa che avevano trent’anni fa perché sostanzialmente hanno imparato a parlare la stessa ‘lingua’. Una lingua che non è il piemontese (ma, ovviamente, anche), che non è identificabile in una serie di fonemi concatenati tra di loro (pur se, in effetti, lo è), che non è analizzabile logicamente né grammaticalmente (anche se è stilisticamente definita e definibile). Perché è una lingua fatta di emozioni, di crescita reciproca, costellata di riferimenti sociali, politici, sentimentali comuni se non identici, coniugata di fratellanza e di solidarietà, di gratitudine e di rispetto, di partecipazione e voglia di farsi sentire. Una lingua che ieri non ha smesso mai nemmeno di un secondo di essere parlata e ascoltata, andando anche ben oltre i 25 brani di scaletta che i cinque ragazzi hanno portato sul palco.

Una lingua che si è manifestata fin dall’inizio, nelle prime scariche elettriche di “Istantanee”“Onde quadre” e “Radioestensioni”, quasi a ricordare che la storia dei Subsonica non è mai stata una semplice successione di album, ma un dialogo ininterrotto con una città e con le persone che quella città l’hanno attraversata, amata, sofferta e trasformata insieme a loro. Una lingua che, passando per “Liberi tutti”, ha ribadito che la libertà non è mai uno slogan, ma un esercizio quotidiano, una pratica da difendere e da rinnovare ogni volta che la realtà sembra suggerire il contrario.
E quella lingua, ieri sera, non è stata parlata soltanto dai cinque sul palco. Già dall’apertura della serata era apparso evidente come il Flowers non fosse semplicemente il teatro di un concerto, ma il luogo di ritrovo di una storia comune. Ad aprire la festa sono stati gli amici dei Casino Royale, altra colonna portante di quella stagione irripetibile che ha ridefinito il lessico della musica italiana degli anni Novanta, dimostrando ancora una volta come certi percorsi artistici continuino a incrociarsi ben oltre le logiche del mercato o delle ricorrenze celebrative.

Il momento più bello di questa ideale staffetta è arrivato quando, nel corso del set dei Subsonica, i Casino Royale sono tornati sul palco per condividere una magnifica versione dal vivo di “Re senza trono”. Più che una semplice collaborazione, è sembrato un abbraccio tra compagni di viaggio, un riconoscimento reciproco tra due realtà che, pur seguendo traiettorie musicali differenti, hanno sempre condiviso la medesima tensione verso la ricerca, la libertà espressiva e l’attenzione ai temi sociali. Vederli insieme, davanti a un pubblico che conosceva ogni parola e ogni sfumatura del brano, ha dato ulteriore concretezza a quell’idea di comunità che ha attraversato l’intera serata: una comunità che non appartiene soltanto ai fan, ma anche agli artisti che, da decenni, continuano a riconoscersi, stimarsi e camminare nella stessa direzione.
Ed è stato proprio in quel punto del concerto, durante la proposizione di parecchi dei brani contenuti in “Terre rare”, che il live ha smesso definitivamente di essere soltanto un grande spettacolo musicale per diventare qualcosa di ancora più prezioso: un momento di riflessione condivisa. Le parole di Max Casacci sul neocolonialismo, sulle guerre combattute per il profitto, sullo sfruttamento delle risorse e sul diritto dei popoli ad autodeterminarsi non hanno avuto nulla della predica o del comizio. Erano, piuttosto, il naturale completamento di ciò che i Subsonica raccontano da trent’anni attraverso la loro musica: la convinzione che la cultura possa ancora essere uno strumento per leggere criticamente il presente.
E in quell’istante mi è balenato un pensiero tanto improvviso quanto naturale: in mezzo a quella folla – tra le battute di Boosta a Samuel e viceversa, le digressioni ritmiche del Ninja, e le vibrazioni basse del Vicio – ci sarebbe stato benissimo Bart, Libero Di Rienzo. Proprio ieri ricorrevano i cinque anni dalla sua scomparsa. Ci sarebbe stato bene non soltanto perché la colonna sonora di Santa Maradona portava in larghissima parte la firma dei Motel Connection di Samuel Romano, ma soprattutto perché il suo modo di guardare il mondo, la sua sensibilità civile, le sue battaglie e la sua idea di giustizia sociale avrebbero trovato una perfetta corrispondenza con quelle espresse sul palco dai Subsonica. Per un attimo è sembrato quasi di percepirne la presenza ideale dentro quella comunità che, ancora una volta, dimostrava come musica, cinema e coscienza civile possano appartenere allo stesso vocabolario.

Poi è arrivato uno dei momenti emotivamente più intensi dell’intera serata. Mentre scorrevano le note de “Il Tempo in Me”, sul grande schermo alle spalle della band hanno iniziato a sfilare immagini di Torino, dei luoghi simbolo della loro storia, fotografie private, frammenti della loro infanzia, dei primi concerti, dei volti cambiati dal tempo ma mai traditi dallo sguardo. Erano immagini semplici, e proprio per questo potentissime. In quel momento è diventato chiarissimo come quella “lingua” di cui parlavo all’inizio sia in realtà un autentico non-luogo dello spazio e del tempo. Non importa quando si sia iniziato ad ascoltare i Subsonica, se nel 1997 o ieri mattina. Non importa quanti concerti si siano visti. In quella sequenza di fotografie ciascuno ritrovava un pezzo della propria storia, perché quella memoria privata diventava improvvisamente memoria collettiva. Era come se i ricordi della band e quelli del pubblico si sovrapponessero fino a non essere più distinguibili.
Forse è proprio questo il vero miracolo dei Subsonica: essere riusciti a costruire una comunità senza mai trasformarla in una tifoseria, una famiglia senza bisogno di proclamarla tale, un’identità condivisa che non esclude nessuno ma che continua, anno dopo anno, ad allargare i propri confini.
Ed è anche per questo che tutta la recente e surreale vicenda della loro mancata nomina ad “Ambasciatori di Torino nel mondo” appare, oggi più che mai, del tutto irrilevante. Non è mai stata necessaria quella investitura istituzionale. Non lo era prima, e lo è ancora meno dopo il passo indietro compiuto in seguito alle polemiche politiche che una parte della destra ha alimentato e alle quali la sinistra alla guida della città non ha saputo sottrarsi. Perché certi riconoscimenti possono essere concessi o revocati da una delibera amministrativa; altri, invece, vengono assegnati direttamente dalla storia, dalle persone e dalla memoria collettiva.
I Subsonica sono ambasciatori di Torino da trent’anni. Lo sono ogni volta che “Nuvole rapide”“Tutti i miei sbagli”“Strade”“Discolabirinto” o il travolgente finale di “Preso blu” vengono cantati a migliaia di chilometri dalla Mole. Lo sono ogni volta che qualcuno scopre questa città attraverso le loro parole prima ancora che attraverso una guida turistica. Lo sono perché hanno saputo raccontarne il carattere, le contraddizioni, la malinconia e la capacità di rialzarsi meglio di quanto avrebbe mai potuto fare qualsiasi campagna di promozione istituzionale.
E allora, tornando a quel mare immaginario con cui tutto era iniziato, viene da pensare che forse Torino il mare non lo avrà mai davvero. Ma ogni volta che i Subsonica salgono su un palco davanti alla loro gente, quel mare arriva lo stesso. Fatto di mani alzate, di occhi lucidi, di corpi che saltano all’unisono e di una lingua che continua ostinatamente a essere parlata da trent’anni. Una lingua che non conosce confini geografici, differenze anagrafiche o appartenenze politiche. Una lingua che ieri sera, al Flowers Festival, ha dimostrato ancora una volta di essere infinitamente più forte del rumore del mondo.

Articolo a cura di Stefan Carsen e foto di Elisabetta Canavero

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