I Cani al Flowers Festival: la nostalgia non è un rifugio, è un referto medico
Ci sono concerti che ti fanno venire voglia di comprare una maglietta all’uscita. E poi ci sono quelli che ti fanno venire voglia di riaprire conversazioni lasciate a metà nel 2016, di cercare il nome di quella persona che non senti da anni e di chiederti se, in fondo, il problema fosse davvero il capitalismo culturale oppure semplicemente il fatto che nessuno aveva imparato a dire “mi dispiace”.

Il ritorno de I Cani sul palco del Flowers Festival di Collegno, il 14 luglio, è appartenuto decisamente alla seconda categoria. Dopo nove anni di assenza dai grandi palchi, il progetto di Niccolò Contessa continua a essere una delle anomalie più preziose della musica italiana: non perché insegua il mito della reunion, ma perché sembra ignorare completamente il meccanismo della nostalgia mentre ne diventa il suo più efficace detonatore. Il concerto rientrava nel tour di Post Mortem, con Amoreaudio ad aprire la serata: un set elegante, sospeso tra UK bass, future garage e sensibilità pop italiana, quasi un lento processo di decompressione emotiva prima dell’impatto vero e proprio.

Il punto è che la nostalgia, quella vera, non è mai vintage. Non profuma di Polaroid. Ha piuttosto l’odore del climatizzatore dell’ufficio il lunedì mattina, delle notifiche che continui a silenziare, del rider che conosce il tuo portone meglio dei tuoi amici. È il modo in cui il presente si deposita sulle cose fino a renderle improvvisamente antiche.
Ed è esattamente lì che Niccolò Contessa continua a scrivere.
Quando partono Buio e buco nero, seguite da Nella parte del mondo in cui sono nato, si ha la sensazione che gli anni non abbiano cambiato il bersaglio delle sue canzoni: hanno soltanto aggiunto dettagli all’inquadratura. I suoi personaggi continuano a vivere dentro appartamenti in affitto, relazioni slabbrate, conversazioni passive-aggressive e piccoli fallimenti quotidiani. Solo che adesso tutti abbiamo qualche capello bianco in più e password ancora più complicate.
È questa la forza della scrittura di Contessa: fotografare la realtà senza infiocchettarla. Nessuna ricerca dell’aforisma, nessuna frase da condividere nelle storie di Instagram. Solo un sarcasmo chirurgico che lascia sempre un centimetro di pelle scoperta. Le sue canzoni fanno quello che facevano i grandi narratori americani della provincia: prendono il banale e lo osservano così a lungo da renderlo improvvisamente inquietante.

Dal vivo questa operazione acquista un peso diverso grazie a una band di livello tecnico impressionante. Il suono è pieno, robusto, quasi fisico. Non c’è mai il rischio che la voce venga schiacciata dall’impatto strumentale: al contrario, ogni arrangiamento sembra costruito per sostenere Contessa, lasciandogli quello spazio asciutto e preciso dentro cui la sua interpretazione trova il massimo della forza. Chitarre, sintetizzatori e sezione ritmica lavorano come un organismo unico, senza mai indulgere nell’esibizione tecnica, ma con una precisione che rende giustizia a brani come Carbone, Questo nostro grande amore, Hipsteria, Le coppie o Un’altra onda, trasformandoli in qualcosa di più grande rispetto alle loro già eccellenti versioni in studio.
E poi c’è lui.

Contessa è asciutto.
Asciutto nel modo di stare sul palco. Asciutto nella postura. Asciutto perfino nell’idea di dover intrattenere qualcuno. In un’epoca in cui qualsiasi frontman sembra costretto a fare il motivational speaker tra un pezzo e l’altro, lui elimina tutto ciò che non riguarda la musica. Nessun monologo, nessuna retorica sulla “magia di essere qui”, nessuna falsa intimità.
Il primo saluto arriva rapidissimo, quasi per dovere amministrativo, soltanto all’inizio del terzo brano della scaletta. Poi più nulla.
Quando, sulla coda di Non finirà, il pubblico insiste a cantare il ritornello a cappella, lui interrompe quella deriva da karaoke sentimentale con un secco, quasi infastidito: “Basta!”. Fine. Sipario. Un gesto che in qualsiasi altro artista sarebbe sembrato snobismo, ma che nel suo caso diventa perfettamente coerente con una poetica che ha sempre rifiutato il sentimentalismo facile. Alla fine del concerto concede un saluto ridotto all’osso, quasi evaporato, come se anche il commiato fosse materiale da togliere e non da aggiungere.
È un’antistar, ma senza costruirci sopra un personaggio. Forse è proprio questo il paradosso più bello dei concerti de I Cani: il frontman occupa pochissimo spazio, eppure lascia che siano le canzoni a espandersi fino a riempire tutto il resto.
Verso il finale, quando arrivano Wes Anderson, Come Vera Nabokov, Squalo balena e gli altri brani che hanno ormai assunto lo statuto di piccoli classici generazionali, succede qualcosa di curioso. Non si canta per ricordare chi si era. Si canta per verificare chi si è diventati.
Che, ovviamente, è molto diverso.
Lester Bangs diceva che il rock serviva a tenere in vita le contraddizioni.
I Cani fanno qualcosa di ancora più crudele: dimostrano che le contraddizioni non sono mai andate da nessuna parte. Sono rimaste lì ad aspettarci mentre cambiavamo telefono, città, algoritmo e fidanzati.
La musica, nel frattempo, continuava a sapere esattamente dove trovarci.
Articolo a cura di Stefan Carsen e foto di Elisabetta Canavero
